Mamme che lavorano. Ecco chi sostenere con i fondi del Recovery plan. Una su cinque deve lasciare l’impiego. Così è difficile progettare una nuova vita

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Da serie addicted quale sono non poteva certamente sfuggirmi la produzione canadese che, pur esistendo da diversi anni (ha all’attivo cinque stagioni), spopola su Netflix in Italia da pochissimo tempo. “Workin’ moms” questo il titolo. Mamme che lavorano. La prima cosa che verrebbe da dire, essendo in Italia, è un sonoro “beate loro che un lavoro ce l’hanno!”.

La seconda, basta guardare un paio degli esilaranti episodi per capirlo, è quanto il contesto canadese – ma ne potemmo citare altri virtuosi restando in Europa, vedi ad esempio la Germania – risulti significativamente più vantaggioso per la donna in merito al riconoscimento dei suoi diritti. E allora qui vien da ridere (solo per non piangere, eh!), cosa mai avranno da lamentarsi queste signore sulle cui vite si riverberano gli effetti benefici di un welfare che funziona? Semplice, essere una donna-madre-lavoratrice è di per se faticoso, anche nel migliore dei mondi possibili… figuriamoci in Italia!

POCHI SOLDI. Basti pensare, giusto per dirne una, alla diffusissima piaga della “depressione post-partum” quasi mai riconosciuta, dunque non curata, che affligge il 15% delle donne del mondo occidentale che partorisce. Ecco perché le parole del Presidente Draghi al “Women Political Leaders Summit” sulla condizione femminile sono state di grandissima importanza, specialmente perché a supportarle c’è l’investimento di qui al 2026 di 7 miliardi.

Ammettiamolo, pochini se si pensa che equivalgono a solo il 3% delle risorse complessive del Recovery, ma trattasi comunque di un passo rilevante. Una donna su cinque alla nascita di un figlio è infatti costretta ad abbandonare il proprio lavoro data l’impossibilità di conciliare la sfera professionale con quella familiare, ma – troppe volte – alla donna è precluso proprio l’accesso al mondo del lavoro e per questo non può concedersi il “lusso” di progettare un figlio, di investire in un progetto di vita. Poi ci si chiede, con il solito ipocrita tono sorpreso, perché in Italia ci sia il calo demografico.

E POCA OCCUPAZIONE ROSA. Le occupate europee sono il 62,5%, quelle tedesche il 73% e quelle italiane si attestano attorno a un preoccupante 49%. Eppure, nel 2010 avevamo assunto l’impegno di arrivare al traguardo del 60%. Missione evidentemente fallita.La partecipazione al mercato del lavoro in Italia vede infatti noi donne indietro di 27 punti percentuali rispetto agli uomini (in alcune regioni, si arriva a vette disastrose del 50%, per non parlare della condizione del Mezzogiorno) e, non a caso, tra le buone proposte del premier c’è l’inserimento della causa di condizionalità destinata alle imprese affinché assumano più donne. Temi che saranno certamente oggetto delle riflessioni del prossimo G20 capitanato dall’Italia per cercare finalmente di convertire la retorica sulle pari opportunità nella concretezza di una quotidianità in cui siano assenti – o, almeno, fortemente ridotte – le discriminazioni di genere.

STUPIAMOCI. Con tutto quello che c’è ancora da fare non possiamo però dimenticare le nostre (consolatorie!) conquiste, come l’incremento negli ultimi anni delle donne presenti in Parlamento, nel Governo come ministre o nel ruolo di sottosegretarie. Certo, viene subito da pensare che non ne abbiamo mai avuta una – assieme ad altri 119 Paesi – Capo dello Stato e che le ministre con portafoglio sono in un numero così esiguo da risultare imbarazzante. Però abbiamo pur sempre la prima donna a capo dei servizi segreti… e lo stupore deriva dal fatto che siamo qui a stupircene!

Ricordiamo inoltre, non fa mai male, quanto la riduzione del gender gap non sia solo un dovere etico ma anche una soluzione di carattere economico se si pensa all’impatto benefico che avrebbe sul PIL, come ci ricorda correttamente il Fondo monetario internazionale. Insomma, non c’è più tempo da perdere e più che una serie televisiva vorrei vedere un’Italia che funzioni. Sarà la volta buona?