Manovre in Giunta al Senato. Un cavillo può salvare il leghista Siri. L’ex sottosegretario sotto inchiesta per corruzione

ARMANDO SIRI
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Con un cavillo la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato sta cercando di salvare il leghista Armando Siri, componente della Commissione finanze e tesoro a Palazzo Madama e sottosegretario alle infrastrutture e trasporti nel Governo gialloverde, dall’inchiesta per corruzione che ha portato la Procura della Repubblica di Roma a chiedere il rinvio a giudizio anche dell’esponente del partito di Matteo Salvini.

Il giudice per le indagini preliminari ha chiesto l’autorizzazione all’utilizzo di intercettazioni telefoniche riferibili al senatore e la Giunta presieduta dall’azzurro Maurizio Gasparri, come chiesto da Lucio Malan, che a luglio ha detto addio a Forza Italia per aderire a Fratelli d’Italia, ha deciso di chiedere “un’integrazione istruttoria”.

IL CASO. L’inchiesta per corruzione, costata a Siri il posto da sottosegretario nel Governo Conte 1, riguarda una presunta tangente da 30mila euro, che sarebbe stata “data o promessa” al leghista tramite Paolo Arata, in cambio di un “aggiustamento” al Def 2018 relativo agli incentivi per il mini-eolico. In particolare, vengono contestati all’ex sottosegretario sia l’episodio di corruzione relativo al minieolico che un secondo episodio relativo al suo presunto impegno per ottenere un provvedimento normativo ad hoc che finanziasse, anche in misura minima, il progetto di completamento dell’aeroporto di Viterbo, di interesse della Leonardo spa per future commesse, oltre che le pressioni che avrebbe fatto sul comandante generale della Guardia costiera, Giovanni Pettorino, per rimuovere il contrammiraglio Piero Pellizzari dall’incarico di responsabile unico del procedimento nell’ambito di un appalto in scadenza per la fornitura di sistemi radar, in quanto, secondo gli inqurienti, quest’ultimo sarebbe stato inviso alla Leonardo spa, perché critico su alcuni aspetti della fornitura. Su quest’ultima vicenda, sempre per la Procura della Repubblica di Roma, il senatore avrebbe ricevuto “la promessa di ingenti somme di denaro e comunque la dazione di ottomila euro”.

IL PUNTO. Per far luce sul caso del minieolico, gli inquirenti ritengono fondamentali le intercettazioni delle comunicazioni tra Siri e Paolo Franco Arata, effettuate nell’ambito di un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, impegnata sul caso prima che passasse a Roma. Ed ecco il cavillo. La Giunta del Senato batte sulla rilevanza della data di iscrizione nel registro degli indagati dell’ex sottosegretario, al fine di consentire alla stessa la valutazione circa la “casualità” delle intercettazioni per le quali si chiede l’autorizzazione.

Come proposto dal relatore, è stato quindi chiesto all’Ufficio gip di Roma di chiarire “l’apparente contrasto” tra l’affermazione secondo cui “Armando Siri, per i reati per cui si procede, è stato iscritto nel registro degli indagati unitamente ad Arata Paolo Franco in data 24.09.2014 […]” e la successiva precisazione, secondo cui tale iscrizione sarebbe stata fatta “a seguito delle conversazioni captate dalla Procura della Repubblica di Palermo a mezzo captatore informatico inserito nel cellulare di quest’ultimo nel procedimento n. 12460/17, iscritto anche per il reato di cui agli artt. 110, 416 bis c.p.”, essendo le intercettazioni inoltrate alla Giunta del Senato tutte successive al 24 settembre 2014. Una proposta approvata all’unanimità. E Siri può continuare a stare tranquillo.

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di Gaetano Pedullà

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