Il punto di Mauro Masi. I social media possono fare male, molto male

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Martedì 2 febbraio, la Commissione UE e il governo degli Stati Uniti hanno raggiunto un accordo (denominato Privacy Shield, lo scudo della privacy) per un nuovo framework di protezione dei dati personali. L’accordo, molto importante e come tale riportato dai media di tutto il mondo, è tuttavia per ora solo politico e dovrà essere trasformato entro due settimane in un testo compiuto e vincolante.

L’accordo viene a seguito di negoziazioni serrate e difficili durate continuativamente per oltre tre mesi. Da quanto ad oggi è dato sapere, al centro del “Privacy Shield” ci sono limitazioni formali e sostanziali a come le Agenzie americane di investigazione e spionaggio possono raccogliere ed utilizzare i dati concernenti cittadini e imprese europee contenuti nel flusso di informazioni che le aziende americane in Europa riversano nelle loro sedi centrali negli USA. Vedremo.

Non possiamo non segnalare su questa Rubrica (che su questi temi, batte da anni) un fantastico fondo di Thomas L. Friedman sul New York Times di giovedì 4 febbraio (“Social media: destroyer or creator?” social media: distruttori o creatori?) perché dice con parole chiare e nette quello che pensano in tanti: Internet e la sua creatura più innovativa – i social media – possono fare male, molto male.

Friedman rompe il tabù che le “Facebook revolutions” (dalla primavera araba, ad “occupy Wall Street”, dalle piazze di Istanbul a quelle di Kiev e Hong Kong) siano qualcosa da plaudire senza se senza ma. Non è così perché se è vero che hanno creato movimenti di rottura del discutibile ordine precedente hanno poi fallito in pieno a creare un nuovo assetto stabile perché, dice Friedman, quando così tante voci vengono amplificate a dismisura diventa impossibile costruire il consenso. E viene citata l’esperienza forse più significativa, quella di Wael Ghonim l’impiegato egiziano che nel 2010 creò la pagina anonima su Facebook che ebbe un clamoroso successo e lanciò i raduni di Piazza Tahir e, da lì, segnò la fine del regime di Mubarak. Ora Ghonim è emigrato a Silicon Valley e di recente è di nuovo apparso su Internet dichiarando testualmente “abbiamo fallito completamente a costruire il consenso necessario e i social media hanno solo amplificato la polarizzazione diventando terreno per odio e falsità di tutti i tipi. Quello che avevano creato è diventato la palestra di uno scontro on line tra i supporter dell’Esercito e quelli degli Islamisti. Uno scontro combattuto con la superficialità dei 140 caratteri, affermazioni prive di ogni approfondimento “Così i nostri giovani si sono perduti e i risultati li abbiamo visti. Conclude Ghonim “Cinque anni fa, dicevo se vuoi liberare la società tutto quello di cui hai bisogno è Internet. Oggi credo che se vogliamo liberare la società, dobbiamo prima liberarci di Internet”. Più chiaro di così.