Matone, prosindaca con la toga. Se non eletta dovrà lasciare Roma. La candidata è già stata 10 anni in aspettativa. Per tornare in magistratura dovrà trasferirsi altrove

Michetti Matone
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Dismettere la toga e passare alla politica sembra davvero un gioco da ragazzi. A ricordarcelo non sono le battaglie del Movimento 5 Stelle che chiede di fermare le cosiddette porte girevoli ma le candidature del centrodestra per le prossime amministrative che a Napoli puntano su Catello Maresca mentre a Roma, in qualità di “prosindaco”, ossia una carica che non trova riscontro nella legge attualmente vigente, la scelta è ricaduta su Simonetta Matone. Si tratta di un pratica che negli anni è stata usata senza complimenti e in modo bipartisan ma che questa volta riguarda il solo fronte sovranista italiano.

Se per Maresca con la candidatura a sindaco di Napoli è stata concessa dal Csm la prima aspettativa, per la Matone il discorso è ben diverso. Il magistrato e volto noto della tv italiana, è un habitué del fuori ruolo dove ha già collezionato oltre dieci anni. Il suo impegno politico inizia nel 1987 quando l’allora ministro della Giustizia, Giuliano Vassalli, la nomina capo segreteria. “Una persona unica” disse la Matone ricordando che “lavorai con lui al ministero per 4 anni, dal 1987 al 1991”. Proprio durante quest’incarico “seguimmo il caso di Serena Cruz, la bambina adottata illegalmente contesa fra le ragioni del diritto e le ragioni del cuore: per difendere i diritti di Serena a restare con i genitori ricevemmo 15 mila telegrammi”.

Un punto di svolta nella carriera della donna che da quel momento avrebbe maturato la scelta di diventare un magistrato per i minorenni. Terminato l’incarico, viene richiamata in ruolo nel 1991 quando approda alla Procura presso il Tribunale per i minorenni di Roma dove lavora per 17 anni. Nel 2008 viene nuovamente collocata fuori ruolo per rispondere alla chiamata come Capo di Gabinetto presso il ministero delle Pari Opportunità, all’epoca retto da Mara Carfagna.

In seguito la Matone approda al ministero della Giustizia, poi nel 2011 diventa vice capo vicario del Dipartimento amministrazione penitenziaria con il ministro Paola Severino e successivamente diventa capo del dipartimento degli Affari di giustizia con il ministro Annamaria Cancellieri. Indossata nuovamente la toga, approda alla Corte di Appello di Roma dove per anni riveste il ruolo di sostituto procuratore. Ma, come successo in passato, la politica torna a bussare alla sua porta e così, candidata da Matteo Salvini e Giorgia Meloni, si mette in gioco per Roma. Per poterlo fare chiede e ottiene dal Csm un periodo di aspettativa limitato alla sola campagna elettorale.

Una corsa che, come nel caso di Maresca, ha un costo perché sia nel caso in cui risultasse vincente la coalizione di centrodestra o meno, la costringerà a rimettersi in gioco. Stando alla circolare del Csm numero 13778 del 2014, all’articolo 124 si legge come viene disciplinata la “destinazione del magistrato al termine dell’aspettativa per avvenuta presentazione di candidatura, nonché dopo la scadenza del mandato elettorale”. “Al termine dell’aspettativa” si legge nella circolare che La Notizia ha potuto visionare, “in caso di mancata elezione, il magistrato è tenuto a richiedere con sollecitudine di essere richiamato in servizio” altrimenti il richiamo in ruolo avviene d’ufficio.

“Qualora la candidatura sia stata presentata nell’ambito di una circoscrizione elettorale compresa nel territorio del distretto di appartenenza, il magistrato è assegnato in un posto vacante, anche non pubblicato, che si trovi in un distretto diverso”. Si tratta proprio del caso di Maresca e Matone che si sono candidati nelle città in cui lavorano e che per questo, se dovessero tornare a indossare la toga, dovranno farlo spostandosi in un’altra regione.

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