Salvini rinviato a giudizio per Open Arms: il leader leghista azzoppato nella corsa a Palazzo Chigi? Intanto lui va alla guerra con i Pm

Lamorgese Salvini
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Ieri Matteo Salvini è stato rinviato a giudizio per rifiuto di atti d’ufficio e sequestro di persona nel caso Open Arms. Il processo comincerà il 15 settembre a Palermo.  La vicenda della Open
Arms comincia il primo agosto 2019: a bordo 121 persone (32 minori), salvate al largo della Libia, le viene vietato lo sbarco in Italia. Solo il 20 agosto, dopo un pronunciamento del Tar del
Lazio, il pm di Agrigento ordina lo sbarco, che attracca a Lampedusa con 83 persone a bordo.

Come ha preso Salvini il rinvio a giudizio per Open Arms

Il 15 novembre 2019 la Procura di Agrigento indaga Salvini per sequestro di persona. L’8 gennaio 2021 il Senato (149 sì e 141 no) concede l’autorizzazione a procedere. Il giudice Lorenzo Jannelli ieri ha concluso: «Considerato che non ci sono i presupporti per il non luogo a procedere, si dispone il rinvio a giudizio». Ora, il leader della Lega attende l’esito di un’altra inchiesta siciliana: il 14 maggio, il gup di Catania si pronuncerà su un’analoga accusa di sequestro di persona, per i 134 migranti rimasti cinque giorni sulla nave Gregoretti. La procura diretta da Carmelo Zuccaro ha chiesto il non luogo a procedere.

Secondo Salvini si tratta di «due episodi identici di fronte ai quali due Procure della stessa regione dicono due cose diverse; in una città si dice che ho fatto bene e in un’altra che ho fatto male». In realtà, spiega oggi il Corriere della Sera, i due episodi hanno ben poco di identico o di simile. A Catania Zuccaro sostiene l’infondatezza della notizia di reato perché considera i pochi giorni di trattenimento a bordo della Gregoretti quasi fisiologici a far scendere i migranti e distribuirli in Europa; qui lo sbarco è seguito al sequestro della nave ordinato da un magistrato, dopo la decisione del Tribunale amministrativo del Lazio di sospendere il divieto d’ingresso firmato dai ministri Salvini, Toninelli (Trasporti) e Trenta (Difesa).

Ed è una differenza non da poco, almeno nella prospettazione dell’accusa. Dopo la pronuncia del Tar i colleghi dei Trasporti e della Difesa si rifiutarono di sottoscrivere un nuovo diniego,  come  ha testimoniato proprio a Catania l’ex ministra Trenta. Di qui la conclusione della Procura palermitana: il divieto di sbarco non fu una decisione condivisa, ma del solo ministro Salvini.

Il leader leghista azzoppato nella corsa a Palazzo Chigi

Ora però c’è anche da segnalare che con questo rinvio a giudizio il leader leghista è azzoppato nella corsa a Palazzo Chigi. Repubblica scrive oggi che Salvini potrebbe cambiare definitivamente atteggiamento nei confronti del governo Draghi. E il primo obiettivo potrebbe essere il ministro della Salute Roberto Speranza. Ma quanto peserà il rinvio al pro cesso del 15 settembre a Palermo?
Sarà ancora Salvini il leader del centrodestra e dunque il candidato premier in pectore della coalizione?

«Fortunatamente i giudici non decidono chi vince le elezioni né tantomeno chi guida i partiti», taglia corto lui prima di salire a bordo della sua auto blindata fuori dalle sbarre dell’Ucciardone per lasciare Palermo. Si autoassolve a suon di consensi, proprio come il Cavaliere ai tempi d’oro. «Io i voti li ho presi dagli italiani, il comandante delle Ong no», sostiene con un parallelismo claudicante. Quel che è chiaro è che non tollera che per questo scivolone venga messa in discussione la sua leadership. Ma è proprio questo il punto.

Quanto inciderà il processo per sequestro di persona, al quale sarà sottoposto dal prossimo autunno, sul suo percorso politico? Giorgia Meloni è la prima ad avergli espresso  solidarietà, ma la leader di Fdi è anche colei che potrebbe avvantaggiarsi politicamente più degli altri dell’inciampo, nel breve-lungo periodo. Non solo perché è in crescita di consensi costante e (per Salvini) insidiosa, a destra.  Ma anche perché se si andasse al voto l’anno prossimo, magari dopo l’elezione del capo dello Stato, non sarebbe così scontato che l’incarico vada a un capo politico a rischio condanna per sequestro di persona.

Questo è il punto politico più importante della vicenda.