Maxitangente nigeriana all’Eni. Due e-mail fanno tremare Descalzi. Presentati nel processo nuovi documenti inediti. Secondo i magistrati provano tutte le accuse

CLAUDIO DESCALZI
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Doveva essere un’udienza come tante e invece quella sulle controrepliche finali dei pm sul presunto scandalo Eni-Nigeria è stata davvero ricca di colpi di scena. Quando hanno preso la parola il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il pubblico ministero Sergio Spadaro, infatti, è arrivata la richiesta di acquisire nuove – e inedite – prove per sostenere la tesi dell’accusa, ossia due email. Istanza che è stata accolta dal giudice e così le due lettere che fanno parte di una causa civile in corso in Gran Bretagna tra J.P. Morgan e la Nigeria, sono finite agli atti del procedimento.

Si tratta di due prove estremamente delicate perché nella prima mail, secondo la Procura, emergerebbero gli stretti legami tra l’allora attorney general Adoke Bello e Alyu Abubakar, ritenuto dall’accusa lo smistatore di una parte delle tangenti. Il secondo documento, sempre secondo i magistrati, testimonierebbe invece il sospetto della banca inglese che il denaro versato fosse legato alla corruzione per ottenere la licenza sul blocco petrolifero finita al centro del processo. “C’è chi ha definito queste email degli specchi olandesi” ha detto il procuratore De Pasquale, ricordando che si tratta di “piccoli specchietti un po’ convessi che compaiono nei dipinti dei maestri fiamminghi. In particolare, compare uno specchio di questo tipo nel celebre ritratto dei coniugi Arnolfini di Jan Van Eyck” distribuendo alla corte alcune copie del celebre dipinto.

“Si tratta di saper vedere: c’è questo specchietto nel quadro che ritrae perfettamente tutto quello che c’è alle spalle dei coniugi Arnolfini, si vede tutto esattamente” ha spiegato il magistrato alludendo al fatto che esistono dettagli del caso che sembrano irrilevanti, come appunto queste email, ma che correttamente contestualizzati aggiungono particolari decisivi per dirimere ogni dubbio. Nel caso delle email, questo l’assunto dell’accusa, dalla corrispondenza sarebbe emerso uno schema negoziale avvenuto con il coinvolgimento dei vertici della compagnia petrolifera italiana. Proprio per questo il magistrato ha esortato i giudici a leggere quei documenti in quanto “specchio di ciò che è accaduto” poiché non offrono una visione “deformata” dei fatti ma un quadro “più largo” della vicenda.

Ma l’intervento dell’accusa non è terminato con questo colpo di scena. Anzi poco dopo, durante le controrepliche finali, i magistrati hanno ricostruito quello che sembra un sistema rodato per aggirare la legge e che, secondo loro, sarebbe stato usato dagli indagati. Sostanzialmente i pm sono convinti di aver trovato un trucco nella compravendita dei diritti di esplorazione del blocco petrolifero Opl245, ossia una “logica di camuffare” il fatto che si stavano versando i soldi, il miliardo e 92 milioni di dollari ritenuti la presunta tangente, non al Governo nigeriano ma all’ex ministro del petrolio Dan Etete, “il pregiudicato”.

Un processo in cui sono imputati, tra gli altri, l’attuale amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi (nella foto), e l’ex numero uno del gruppo, Paolo Scaroni, e che si avvicina sempre più alla conclusione. Calendario alla mano, infatti, si ritorna in aula il 24 febbraio per le repliche di Lucio Lucia, legale del Governo della Nigeria che è parte civile nel procedimento, e per le controrepliche delle difese. Il 17 marzo, invece, salvo ulteriori colpi di scena è prevista la Camera di consiglio e conseguentemente la sentenza che, dopo tanto tempo, metterà fine una volta per tutte a questo spinoso caso giudiziario.

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