Meglio i nemici degli alleati. Da Bersani a Berlusconi nessuno vuole le dimissioni di Renzi dopo il referendum

di Stefano Iannaccone
Politica

Pier Luigi Bersani dice che in ogni caso Renzi non deve dimettersi la mattina del 5 dicembre. Al massimo dovrebbe darsi una regolata. Una tesi fatta propria dal segretario della Cgil, Susanna Camusso. Mentre per Silvio Berlusconi la decisione “è indifferente”, anche se ha immediatamente riconosciuto il segretario del Partito democratico come l’unico interlocutore per scrivere una nuova riforma della Costituzione. Insomma, i migliori alleati del presidente del Consiglio sono quelli che, in teoria, sono i grandi rivali: votano No, ma non vogliono scossoni. Così, in caso di bocciatura della riforma, hanno invitato il premier a non lasciare il suo incarico.

Doppio gioco – Ognuno, per debolezza propria, è costretto a tendere una mano per lasciare tutto intatto con Matteo Renzi al Governo. Il Movimento 5 Stelle, in pubblico, chiede la testa dell’arcinemico, perché i toni della propaganda non impongono alcuna tregua. “Noi speriamo che mantenga una promessa per la prima volta e che se ne vada come aveva detto”, ha dichiarato il deputato del M5S, Danilo Toninelli. Ma in fondo i pentastellati temono che l’uscita di scena, per quanto momentanea, del premier metta in difficoltà la macchina comunicativa: da sempre Beppe Grillo ha bisogno di nutrirsi di avversari da attaccare a testa bassa. Il paradosso è completo studiando le intenzioni del Rottamatore, che è orientato a fare il dispetto, sloggiando da Palazzo Chigi. Almeno secondo quanto ha fatto trapelare da fonti a lui vicine e ribadito dal vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini.

Convenienze – La minoranza dem è preoccupata dall’eventuale salto nel vuoto. Da un lato la sconfitta di Renzi sarebbe una soddisfazione, ma dall’altro potrebbe rappresentare un bel problema interno. Se davvero il presidente del Consiglio mantenesse ferma l’intenzione di lasciare, come si organizzerebbero le truppe bersaniane? Addirittura l’ex capogruppo Pd alla Camera, Roberto Speranza, probabile sfidante di Renzi al congresso del partito, ha spiegato che preferisce andare avanti con l’attuale esecutivo: “Si vota sulla Costituzione, non sul Governo, ma il giorno dopo il voto – a prescindere dall’esito del referendum – sono disposto a votare la fiducia”, ha dichiarato durante la campagna elettorale. La Camusso sta giocando una partita defilata, ma su un aspetto si è spesa effettivamente: “Non è un voto sul governo Renzi”. Insomma, per il sindacato di corso d’Italia la linea è quella di salvare la poltrone del nemico. E nemmeno Berlusconi sia da meno: con un Centrodestra a pezzi ha bisogno di un interlocutore credibile. Prima di tutto perché vuole una riforma della legge elettorale in senso proporzionale, e poi per cercare un possibile Governo di larghe intese. L’obiettivo, nemmeno troppo segreto, è quello di fare un nuovo Patto del Nazareno. Certo, il Cavaliere si è concesso qualche battuta, come quella sulla volontà di offrire a Renzi un “posto da presentatore televisivo”. Ma sul piano pratico non vuole perdere un interlocutore che di fatto apprezza. Tanto da averlo definito “unico leader in politica”.

Personalizzazione bis – Le preoccupazioni dei presunti avversari di Renzi sono confermate dalla grande attenzione dedicata al possibile giorno dopo una vittoria del No. “Renzi ha sbagliato a personalizzare. Poi ha ammesso di aver sbagliato. Ma, mi pare stia di nuovo personalizzando”, ha annotato proprio Speranza. E la tesi è suffragata da un dato: il fantasma dell’instabilità potrebbe dare lo sprint finale al Sì, portando al voto quegli elettori non propriamente renziani. Ma che temono un salto nel vuoto. Come la compagnia dei finti nemici.