Meglio le mazzette della lupara. E’ la corruzione la vera arma dei clan. Il Report della Dia: le mafie hanno cambiato strategia. E con la pandemia stanno facendo affari d’oro

LUCIANA LAMORGESE
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Sono anni che la corruzione avvelena l’economia, la politica e la società in Italia. Quei rapporti corruttivi a cui si piegano o di cui addirittura vanno alla ricerca diversi imprenditori, professionisti, funzionari pubblici, amministratori locali e non di rado rappresentanti delle istituzioni sono però ora diventati anche lo strumento principale che consente alle mafie di prosperare senza sparare un colpo di pistola e senza incendiare un locale. Lo specifica la Dia, nell’ultima relazione presentata al Parlamento dal ministro dell’interno Luciana Lamorgese e relativa a un periodo delicatissimo, i primi sei mesi del 2020, quelli del lockdown.

IL PUNTO. La Direzione investigativa antimafia ha evidenziato che “i professionisti e gli imprenditori collusi con la mafia rappresentano quell’area grigia dell’economia criminale che consente alle cosche di entrare in contatto con un’altra area grigia, altrettanto pericolosa, quella dei soggetti infedeli della pubblica amministrazione”. La corruzione viene così definita l’anello di congiunzione, il collante tra due zone borderline. “Si tratta dello strumento attraverso il quale le cosche – aggiunge la Dia – mediate dall’imprenditoria collusa, diventano, di fatto, contraenti della pubblica amministrazione, con ciò rafforzando e consolidando le proprie posizioni”.

L’esigenza primaria dei clan resta dunque quella del controllo del territorio, ma allo stesso tempo le organizzazioni criminali si stanno sempre più inserendo nel tessuto sociale ed economico, coinvolgendo appunto la pubblica amministrazione. Una piaga su cui si sta concentrando l’attenzione degli investigatori, considerando quel che potrà accadere alla luce della crisi economica in cui, per via dell’emergenza Covid, sono precipitate molte aziende, facile preda del welfare mafioso, e dei fondi in arrivo dall’Ue, su cui la piovra intende stringere i propri tentacoli.

Non a caso, proprio durante il lockdown, mentre sono diminuite le rapine e le ricettazioni, sono aumentati i prestiti a tassi usurari e le estorsioni e quelli di induzione indebita a dare o promettere utilità, traffico di infuenze illecite e frodi nelle pubbliche forniture, un elemento che mostra “la capacità di infiltrazione delle mafe e di imprenditori senza scrupoli nella pubblica amministrazione”. L’ingerenza delle cosche, secondo la Dia, si manifesta in particolare attraverso l’indiretta gestione degli appalti, attenendosi all’osservanza di criteri di equa spartizione fra le diverse consorterie.

ASTE SOTTO CONTROLLO. A dimostrazione che la corruzione sia una delle strade principali battute dai clan per fare affari, la Dia ha citato quanto scoperto nella piana di Gioia Tauro, dove la ‘ndrangheta si è resa responsabile di turbative d’asta, truffe aggravate, corruzione e abusi d’ufficio, con un cartello formato da imprenditori e funzionari pubblici, impegnato a pilotare appalti. Stesso quadro per quanto riguarda Cosa Nostra: “Le consorterie esercitano la propria azione soprattutto attraverso rapporti opachi con le pubbliche amministrazioni”.

In Campania, il procuratore capo di Napoli, Giovanni Melillo, è arrivato a sostenere la necessità di una sorta di “codice rosso”, mentre il procuratore capo di Roma, Michele Prestipino ha ribadito che nella capitale vi è “un grosso problema e si chiama corruzione”. E al Sud i casi di scambio elettorale politico-mafioso e di corruzione risultano in aumento.