«Chi racconta che più sicurezza significa meno ospedali (…) mente sapendo di farlo». Giorgia Meloni lo ha scandito ieri al Senato, prima del Consiglio europeo di oggi e domani. Allora prendiamola in parola, anche perché la prova contraria l’aveva consegnata lei stessa pochi minuti prima.
Ha raccontato di avere chiesto e ottenuto che la clausola nazionale di salvaguardia, nata per la spesa militare, valesse anche contro il caro energia. Sul margine massimo dell’1,5 per cento del Pil il governo ne usa l’1,2: lo 0,6 all’energia, circa 14 miliardi, e un altro 0,6 alla difesa. Le regole europee quindi si piegano. Basta spingere. Eppure lei giura che quei soldi, «se non li spendessimo per la difesa», non potrebbero finire altrove. È la più vecchia furbizia dei bilanci: chiamare vincolo una scelta.
Meloni sussurra a Trump
Poi c’è Donald Trump. Venerdì il presidente degli Stati Uniti ha annunciato l’intesa con Vladimir Putin per oltre 300mila tonnellate di gasolio russo subito. Il Tesoro americano ha sospeso per sei mesi le sanzioni sul gasolio di Mosca, e Trump ha ringraziato Putin. Il giorno dopo ha invitato gli ucraini a scegliersi un nuovo leader capace di firmare un accordo.
Per tutto questo la premier ha trovato due parole, «molto rischiosa». È il lessico da consulente per un titolo volatile, applicato al presidente che riapre la cassa del Cremlino mentre le bombe di Mosca, parole sue, continuano a cadere sulle città ucraine. Del resto a Palazzo Chigi il coraggio della premier si dosa col contagocce quando l’interlocutore è alla Casa Bianca.
L’Ue parli una voce sola (dettata dalla Lega)
L’Europa, ha detto ancora, deve parlare «con una voce sola», perché dividersi è «l’unico vero regalo che possiamo fare a Mosca». Peccato che la voce della sua maggioranza l’abbia intonata la Lega. Secondo la ricostruzione del Fatto Quotidiano, la prima bozza della risoluzione del centrodestra prevedeva il sostegno “alle istituzioni e alla popolazione ucraina”, e il testo finale lo riserva alla sola popolazione.
È sparita anche la frase per cui nessuna decisione sulla sicurezza europea può essere presa senza l’Europa. Sostegno al popolo, insomma, purché il suo presidente resti fuori dal testo, proprio come chiede Washington da sabato. Nello stesso discorso, del resto, ha rivendicato i controlli alle frontiere con la Spagna: l’Europa unita, con la sbarra abbassata.
E poi ci sono gli atti, che pesano più degli applausi. Secondo indiscrezioni, l’ultimo decreto sugli aiuti militari a Kiev è chiuso e congelato da tre mesi sulla scrivania della premier. È la stessa premier che ieri giurava di non rimpiangere i carri armati russi a Praga e Budapest, e quando lo ha detto i senatori di maggioranza si sono alzati in piedi ad applaudire. In piedi per la retorica, seduti invece sul decreto.
Gaza, una presenza
Su Gaza le parole della premier dicono ancora di più. La premier ha difeso il canale di dialogo con Israele. Poi si è detta preoccupata per il perdurare della «presenza israeliana» nel sud del Libano, in Siria e nella Striscia, e ha definito «intollerabile» la pressione sui palestinesi in Cisgiordania: però è un intollerabile che lei tollera benissimo, a canale aperto e con zero sanzioni.
Presenza, del resto, è la parola che si usa per un ospite rimasto troppo a lungo a cena. Venerdì, lo stesso giorno dell’annuncio sul gasolio, il Nobel per la pace 2026 è andato a Navi Pillay. Ricordiamolo per l’ennesima volta: presiedeva la commissione d’inchiesta indipendente istituita dal Consiglio Onu per i diritti umani quando, il 16 settembre 2025, ha concluso che a Gaza Israele ha commesso un genocidio.
«Mente sapendo di farlo», ha detto di chi la contraddice. Il conto, ieri, è tornato intero. C’è un decreto fermo sulla scrivania e una risoluzione riscritta dalla Lega. C’è un aggettivo da broker per Trump e una parola da galateo per ciò che la commissione di Pillay ha chiamato genocidio. Per questo bilancio nessuna clausola europea prevede deroghe.