Meno lotta e più Governo. Salvini difende Savona ma apre alla mediazione: ecco la soluzione per l’Economia

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Dopo 87 giorni di stallo, sul campo di guerra della crisi di Governo, non ci sono né vincitori né vinti.  “Il problema è che nessuno può accettare un armistizio che rischia di farlo passare per sconfitto, soprattutto con una campagna elettorale alle porte in cui tutti vogliono accreditarsi come vincitori”, osserva un ex parlamentare di lungo davanti ad un aperitivo alla buvette di Montecitorio. E alla regola non fa eccezione neppure il Carroccio.

Il dilemma – Tanto che, dopo l’ultima mossa di Di Maio (di sponda con il Colle) che ha rilanciato il Governo Lega-M5S proponendo di dirottare Paolo Savona dal ministero dell’Economia ad un’altra casella e di sostituirlo al Mef con un altro profilo di pari dignità, Matteo Salvini si è trovato di fronte ad un interrogativo. Accettare i termini di questo armistizio o ‘sporcarsi’ le mani con l’astensione all’esecutivo Cottarelli lasciando ai grillini (che lo sfiduceranno) campo libero nelle settimane di una campagna elettorale di fatto già iniziata? Il punto è che il nome di Savona per la Lega è ormaio una bandiera irrinunciabile. Il simbolo della lotta contro l’Europa e, al tempo stesso, il grimaldello per scardinarne il sistema. Impossibile rinunciarci. E da Imperia Salvini lo dice chiaro e tondo. “O il Governo parte col contratto firmato e approvato dagli italiani nelle piazze, e con la squadra al completo concordata, magari con l’aggiunta di Giorgia Meloni, oppure avrà vinto chi dice sempre no”. Ma non chiude: “Ne parlerò con il leader Cinque Stelle, ma anche lui pensava che Savona fosse il migliore”. Poi, dietro le quinte, al quartier generale del Carroccio, il gabinetto di guerra inizia a studiare la situazione. “Se facciamo un passo di lato su Savona, portiamo a casa il risultato”, riflettono in via Bellerio. Quel che è certo è che la mossa di Di Maio ha rimesso il cerino nelle mani di Salvini. Su cui si stringe anche il cerchio del Colle. Perché l’ipotesi di tornare al voto a settembre, come chiedeva proprio il Carroccio, è già tramontata: o parte il Governo Cottarelli o si va alle urne il 29 luglio. Tertium non datur. La soluzione potrebbe essere quella di spacchettare il mninistero dell’Economia, lasciando Savona alle Finanze e trovare un altro nome per il Tesoro.

Il papabile – Ma il nome di chi? Quello di un politico o di un tecnico? In effetti, se prevalesse la seconda opzione, un profilo con le caratteristiche simili a quelle del prof bloccato sulle soglie del Mef da Mattarella, ci sarebbe. Il nome coperto, ma non è detto che alla fine esca, è quello del banchiere Antonio Guglielmi, capo della divisione equity markets di Mediobanca. Il suo profilo, all’interno del tempio della finanza laica di piazzetta Cuccia, è sempre stato considerato un po’ eretico. Quando da Londra gestiva la controllata Madiobanca Securities, infatti, Guglielmi era solito sfornare dossier piuttosto “alternativi” nella lettura delle principali vicende economiche. Uno dei suoi ultimi lavori, a dir la verità stiracchiato dalle opposte fazioni a seconda delle convenienze, analizzava i costi e i benefici di un’uscita dell’Italia dall’euro, facendo capire che alla fine della fiera il Belpaese ci perderebbe. Ed è il caso di ricordare che Guglielmi, sin dal 2013, è stato tra i “Ciceroni” economici a Londra degli economisti anti euro come Antonio Maria Rinaldi, Claudio Borghi e Alberto Bagnai. Gli ultimi due sono approdati in Parlamento in quota Lega.

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