Due miliardi per le frane in Calabria. Ma non si sa dove siano finiti. La Corte dei Conti verifica 12 anni di fondi statali. Un mare di soldi spesi per pagare migliaia di forestali

Calabria Scopelliti
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Nell’arco di dodici anni lo Stato ha investito in Calabria quasi due miliardi di euro per salvare i boschi dagli incendi ed evitare alluvioni e frane. Larga parte di quel denaro è stata spesa per pagare un esercito di operai forestali e non è possibile sapere neppure quante risorse sono state impiegate per i singoli progetti. Ma c’è di più: le stesse attività contro il dissesto idrogeologico, fondamentali per mettere a rischio un territorio fragile, hanno avuto un andamento altalenante.

A stabilirlo è stata la Corte dei Conti, al termine di un’indagine (qui il documento) sul contributo speciale alla Regione Calabria per l’attuazione di interventi straordinari in settori diversi, dalla silvicoltura alla tutela del patrimonio forestale, dalla difesa del suolo alla sistemazione idraulico-forestale, fino alle connesse infrastrutture civili.

Un accertamento compiuto sulla destinazione dei fondi elargiti dallo Stato tra il 2007 e il 2019, quando in Calabria si sono alternate giunte di centrosinistra e di centrodestra, prima con Agazio Loiero, poi con Giuseppe Scopelliti (nella foto), condannato in via definitiva e finito in carcere per falso in atto pubblico, relativamente alla gestione delle finanze del Comune di Reggio Calabria quando era sindaco, con un buco stimato in 170 milioni di euro, e condannato anche a risarcire allo stesso Comune 300mila euro per l’acquisto dello stabilimento Italcitrus, per arrivare infine alla giunta di Mario Oliverio, indagato nell’inchiesta sugli appalti riguardanti la costruzione della metropolitana di Cosenza e per peculato. Tutto in un territorio colpito nel 2015 da una devastante alluvione nella Locride e due anni dopo a Lentigione, in provincia di Reggio Calabria, quando il torrente Enza ha rotto l’arginefacendo registrare anche un morto.

BRUTTO QUADRO. I magistrati contabili, nel rapporto inviato alla stessa Regione Calabria, attualmente governata dal leghista Nino Spirlì, e al Ministero dell’economia e finanze, hanno sottolineato che le modalità di trasferimento delle risorse economiche comunicate nella loro totalità non hanno permesso di conoscere né il dettaglio dei contributi statali per singolo progetto o intervento eseguito, né di distinguere la quota parte di contributo statale facente parte degli emolumenti accessori dei lavoratori, essendo stato anche impossibile indicare l’effettivo numero di operai che hanno contribuito alla realizzazione del singolo progetto per il possibile impiego degli stessi su più interventi. Non si sa dunque quanti fondi statali siano stati utilizzati per fermare in una certa area il dissesto idrogeologico e quante persone abbiano lavorato in quel cantiere.

La Corte dei Conti ha così raccomandato alla Regione Calabria di provvedere a realizzare un sistema che consenta di assicurare “una piena cognizione dei dati”. Notato poi che, tra il 2007 e il 2017, la parte più cospicua di finanziamento è stata destinata agli interventi di “manutenzione dei boschi esistenti” e di “gestione del patrimonio forestale indisponibile”.

Ma con una tendenza altalenante. La manutenzione dei boschi ha infatti registrato un tendenziale calo fino al 2017, seppure con una lieve risalita nel 2013 e nel 2016, mentre gli interventi sul patrimonio forestale indisponibile hanno rivelato una “visibile impennata” fino al 2014, per poi subire un “rapido calo” fino al 2017, con una minima risalita nel 2016. Così per la “difesa del suolo”. I magistrati hanno quindi evidenziato che è “necessario rendere sempre più adeguata la proporzione tra forze lavoro impiegate e l’area territoriale interessata”.