Minaccia e tratta, il metodo Renzi modello Craxi. Così il micropartito dell’ex premier tira a campare. E a durare

di Giuseppe Vatinno
Politica

“Siamo belli tosti, decisi a dare una mano, affinché questa maggioranza possa avere un futuro, non bisogna preoccuparsi del singolo partito, ma del Paese. Nelle prossime ore sarò anche io al tavolo politico organizzato dal presidente del Consiglio dopo che lo avevamo richiesto da un mese e sollecitato anche dal segretario del Pd, Nicola Zingaretti”. Queste le parole usate da Matteo Renzi ieri su Facebook. Da quando è stato realizzato questo esecutivo Renzi con il suo minuscolo partitino ha cercato di sopravvalutarsi facendo pagare a caro prezzo il suo fino ad allora impossibile supporto. L’ha fatto a prezzi da strozzinaggio politico e gli altri si sono dovuti inevitabilmente adeguare pena la caduta del governo stesso.

Un modo di procedere che ricorda quello del partito socialista di Bettino Craxi che era diventato l’ago della bilancia della politica italiana conficcato tra i due colossi della Dc e del Pci. Tuttavia questo modo di procedere alla lunga provoca inenarrabili e disastrose cadute per chi lo pratica e proprio Craxi ne porta significazione. Quella del tira e molla del faccio e non faccio del dico e non dico, dello strillo e della blandizie esaspera il partner e provoca reazioni. Renzi è entrato nell’esecutivo con il movimento Cinque Stelle e gli ex amici del Partito democratico per lucrare un ruolo marginale costruito sui parlamentari che si era portato dietro alle elezioni politiche del 2018 quando era ancora segretario del Pd imbarcando, tra l’altro, personaggi come Gennaro Migliore e Teresa Bellanova che provengono da una esperienza di estrema sinistra e che si ritrovano in un partito di destra il cui leader, non dimentichiamolo, ha abolito – tra le altre nefandezze – l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori una conquista di Gino Giugni.

In ogni caso la tattica di Renzi emerge facilmente a chiunque voglia appena guardare in filigrana il suo agire politico. Essa consiste in tre fasi: nella prima attacca furiosamente la maggioranza governativa su un provvedimento di cui lui stesso fa parte minacciando di far cadere il governo al Senato, ove è più debole. Passa un giorno o due e arriva la seconda fase e cioè l’ex premier si trasforma da lupo in agnello e dice che però si può trattare e che se ne può parlare e – democristiana mente – si può certamente trovare un accordo. Anche in questo caso è sottesa la minaccia di far cadere il governo al Senato se non vuole trattare. La terza fase è detta della “vendemmia” in cui il leader toscano passa a riscuotere il frutto della sua intemerata e cioè un sottosegretario, una poltrona in qualche ente pubblico o similari.

Per una decina di giorni segue una alacre collaborazione in cui l’ex boy scout recita il ruolo del “bravo ragazzo” che è leale e si batte per il bene dell’umanità. Dopo circa due settimane la recita ricomincia di nuovo. Ed ecco che lui direttamente o meglio una ministra attacca di nuovo la maggioranza su un altro provvedimento minacciando sempre di far cadere il governo, qualche giorno dopo Lui interviene e cerca (demo)cristianamente il dialogo e il terzo giorno arriva puntuale la richiesta di qualcosa. Da ultimo Renzi attacca il nuovo Dpcm che punisce – a suo dire (sembra di ascoltare Salvini)- le classi produttive, con un “siamo belli tosti” di bossiana memoria sul celodurismo , ma abbiamo chiesto un tavolo. Sì, per acchiappare qualcosa. Ma si può andare avanti così soprattutto in un momento così severo per il mondo e l’Italia in particolare?