Missionari allo sbaraglio

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Di Antonello Di Lella

Attentati e aggressioni non distolgono i volontari dal desiderio di mettersi in gioco e a scendere in campo per portare miglioramenti di vita e interventi umanitari di giustizia, di solidarietà e di sviluppo nei territori più poveri del pianeta. Ne è convinto Italo Nannini, presidente della onlus-ong l’Africa Chiama, attiva in Kenya, Tanzania e Zambia da 13 anni.

Senza protezioni
L’ultima tragedia in Burundi, l’attentato costato la vita a tre suore, però, apre tutta una serie di interrogativi sulle tutele per gli operatori ed anche per i volontari di breve periodo. Come vengono protetti? “Nelle case dove abbiamo i nostri cooperanti è prevista la vigilanza notturna, a carico della nostra organizzazione”, spiega a La Notizia il presidente dell’ong l’Africa Chiama, “ma la situazione cambia a seconda delle zone differenti dell’Africa e dei Paesi in via di sviluppo. Non vi è lo stesso livello di pericolo ovunque, ma chi vive in quelle nazioni deve stare molto attento. Non sempre la vigilanza è sufficiente”. Senza contare che da parte dei governi delle nazioni dove le organizzazioni intervengono non vi è alcun sostegno nella tutela dei missionari che arrivano dalle altre parti del mondo. “Da quei Paesi”, conferma Nannini, “non si ha nessuna protezione tantomeno un risarcimento. E quando vengono fatte delle denunce per furti, aggressioni o atti violenti, le indagini sono molto superficiali e affrettate, senza portare ad alcun esito”. L’unica forma di tutela per chi decide di partire in missione sono le assicurazioni personali per i cooperanti, a carico dell’organizzazione, che possano tutelare da eventuali malattie contratte, infortuni o anche per danni provocati a terzi. Insomma occorre tanto coraggio ed anche molta prudenza.

Poca assistenza dallo Stato
E nemmeno dalla Farnesina viene fornita alcuna garanzia ai missionari. “Ogni organizzazione”, spiega il presidente di L’Africa Chiama, “agisce nel suo settore in maniera autonoma. I cooperanti che si recano nei Paesi dell’Africa, come negli altri Paesi, cercano di stringere contatti con le ambasciate italiane, ma non esiste alcun rapporto di operatività. Con la Farnesina, eccetto i casi di estrema gravità”, afferma in conclusione Nannini, “non c’è alcuna collaborazione, fatta eccezione per la pratica di riconoscimento dell’organizzazione e nel caso vengano predisposti e finanziati progetti dal ministero stesso, al quale le ong hanno l’obbligo di inviare la rendicontazione finale, sia descrittiva che finanziaria”.