Missioni militari italiane all’estero, dal Libano al Sahel sono 40. Con la crisi ucraina è diventato strategico il nostro presidio nei Paesi baltici

missioni militari italiane
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Missioni militari italiane all’estero, sono 40 quelle in corso. Nei Paesi baltici, ad esempio, i militari italiani ci sono già. Sono pochi, certo: in totale 238. Ma si trovano in quell’area proprio per “dimostrare la capacità e la determinazione della Nato nel rispondere solidalmente alle minacce esterne lungo il confine orientale dell’Alleanza”, come recita testuale il documento consegnato alla Camera nei mesi scorsi. Ma gli allarmi non nascono oggi.

La maggior parte delle missioni militari italiane è in corso in Africa e principalmente in Libia

La dotazione complessiva è di 135 mezzi terrestri. Esattamente i soldati si trovano in Lettonia per una spesa fissata in 27 milioni di euro all’anno. Ma sono solo una parte delle migliaia di soldati sparsi in tanti scenari di guerra nel mondo, dalla Bosnia al Sahel.

Il totale è di 40 missioni, la maggior parte in corso in Africa e principalmente in Libia. La spesa ammonta, stando alla stima dell’Osservatorio sulle spese militari italiane (Milex), a oltre un miliardo e 300 milioni di euro annui. Per quanto riguarda le tre truppe, invece, “la consistenza massima annuale complessiva dei contingenti delle Forze armate impiegati nei teatri operativi è pari a 9.255 unità; la consistenza media è pari a 6.461 unità” riferisce la documentazione ufficiale che fa riferimento alle richieste del ministero della Difesa, guidato da Lorenzo Guerini.

La sensazione è che i numeri siano destinati a salire fin dalle prossime settimane con la guerra in Ucraina. Vanno proprio in questa direzione le parole del presidente del Consiglio, Mario Draghi, pronunciate ieri alla Camera: “Sono in stato di pre-allerta ulteriori forze già offerte dai singoli Paesi Membri all’Alleanza”. E, ha aggiunto, “l’Italia è pronta con un primo gruppo di 1.400 militari e un secondo di 2.000 unità”.

Nello scorso anno l’Italia ha previsto tre nuove missioni, autorizzate dal Parlamento. L’Operazione Unsom United Nations, pensata come assistenza in Somalia, la missione Emasoh nello Stretto di Hormuz e infine l’intervento in Libano con l’Emergenza Cedri. La mappa evidenzia una presenza più massiccia proprio in Libano, dove sono in corso tre differenti missioni. Oltre a quella avviata di recente c’è la Unifil, a lungo guidata dal generale Stefano Da Col, con l’impiego di oltre 1.300 unità.

A questi si sommano altri 700 militari, di cui 315 impegnati per l’addestramento delle forze armate libanesi. Imponente, poi, la presenza in Iraq, altro Paese in cui sono in corso varie operazioni. Quella più importante riguarda la coalizione internazionale contro l’Isis, che richiede l’impiego di mille unità, altri 280 rientrano nell’iniziativa che fa capo all’Alleanza Atlantica. Il totale di militari sullo scenario iracheno è di quasi 1.200 soldati e un costo di poco inferiore ai 250 milioni di euro.

Altrettanto importante è stato lo sforzo in Afghanistan con la presenza di mille militari e una spesa di 154 milioni, almeno fino allo scorso giugno quando c’è stato il ritiro delle truppe. In Europa, oltre alla Lettonia, ci sono ancora 638 militari nei Balcani, con base a Pristina, per il rispetto degli accordi “sul cessate il fuoco e fornire assistenza umanitaria”. Minimale, invece, resta l’impegno in Kosovo con una ventina di unità sul territorio. Decisamente più pesante lo sforzo per il controllo del Mediterraneo con tre diverse missioni e circa 1.600 soldati a pattugliamento. E una spesa di 150 milioni di euro.