Missioni umanitarie senza ritorno. Il cooperante Lo Porto ucciso tre mesi fa nel corso di un raid degli Usa in Pakistan

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Un boccone amaro da digerire. Perchè l’Italia era a un soffio dalla liberazione di Giovanni Lo Porto, il cooperante ucciso a gennaio sotto le bombe degli Usa in Pakistan. Infatti, a cavallo tra dicembre 2014 e l’inizio dell’anno, proprio mentre si risolveva il negoziato per riportare a casa dalla Siria Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, l’intelligence italiana era riuscita ad attivare un canale affidabile di dialogo coi rapitori dell’operatore umanitario e tutti i segnali lasciavano immaginare un esito positivo in tempi brevissimi. Questione di giorni, al massimo settimane. Era questa la stima che a gennaio 2015 separava Lo Porto da un insperato rientro in Italia, dopo quasi tre anni di silenzio, notizie frammentarie e inattendibili, con l’unica certezza che l’ostaggio si trovasse nelle mani di Al Qaida al confine tra Pakistan e Afghanistan.

IL PROGETTO
Insieme a lui, era stato rapito, il 19 gennaio del 2012, il collega tedesco Bernd Muehlenbeck. I due lavoravano a un progetto umanitario a favore delle popolazioni alluvionate. E, nel dicembre 2012, in un video era apparso Muehlenbeck gridando aiuto. “Siamo in difficoltà”, aveva detto, chiedendo di accogliere le richieste dei mujaheddin. Parlava al plurale, una prova, seppure minima, che erano ancora due in vita. Poi era calato il silenzio. Nell’ottobre del 2014, Muehlenbeck era stato liberato in una moschea alla periferia di Kabul. Al rientro in patria aveva raccontato che già da un anno i sequestratori avevano spostato Lo Porto.

LA LETTERA
In quel periodo, il mondo del terzo settore e le Ong avevano rotto il silenzio con una lettera indirizzata all’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e al premier, Matteo Renzi, esortando le autorità a mettere in campo tutti gli sforzi possibili per riportarlo a casa. Il Pakistan è stata l’ultima tappa di un lungo impegno umanitario di Lo Porto, che già nel 2005 aveva operato proprio in Pakistan come volontario per la Croce Rossa.

PRESA DI COSCIENZA
E lì, ieri, la sua avventura è finita nel modo peggiore. Stando alle parole pronunciate dal presidente Barack Obama, che si è assunto personalmente la responsabilità del bombardamento, gli americani avevano preso di mira il compound di Al Qaida senza sapere che all’interno si trovava un numero imprecisato di ostaggi, tra cui Lo Porto. Con lui, è morto l’esperto di sviluppo Warren Weinstein, prigioniero dal 2011 ed altri due ostaggi.
Le autorità americane pagheranno un risarcimento a entrambe le famiglie dei due ostaggi, ha promesso il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest. Un risarcimento amaro, perchè nè lui nè tantomeno Obama potevano immaginare che, almeno per l’operatore italiano, si era a un soffio dalla sua liberazione.

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