Molestie ridotte a maleducazione. La battaglia persa dagli Alpini. Non bastavano i 150 episodi incriminati di Rimini. L’Associazione dei militari fa un’altra figuraccia

Alpini
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Qualcuno tra gli Alpini deve avere pensato che la strategia migliore fosse fare finta di niente, mettere la testa sotto la sabbia confidando nel compiacente silenzio della politica e dei giornali e così non dover spiccicare nemmeno una parola sugli oltre 150 casi di molestie segnalati durante il raduno nazionale a Rimini.

Durante il raduno nazionale degli Alpini a Rimini segnalati oltre 150 casi di molestie

Del resto già nel 2018 a Trento era successo che la cultura patriarcale di alcuni flosci machi con la penna sul cappello avessero insozzato l’evento annuale con quella che l’associazione Non una di meno aveva definito una “situazione istituzionalizzata” e “una manifestazione di sessismo, machismo e virilismo” spacciata per festa. Chissà, forse hanno pensato che ce ne fossimo dimenticati.

Certo non è molto onorevole come tattica. Anche in quel caso ci si era limitati a minimizzare, come se non lo sapessimo che di maschilisti inopportuni ne abbiamo in tutti i corpi militari, in tutte le categorie professionali. Questa volta invece i giornali (bontà loro) non hanno potuto fare finta di niente e coloro che negano hanno avuto in mano i video che documentano l’accaduto.

Così alla fine l’Associazione nazionale alpini (Ana) ha dovuto vergare un comunicato stampa che riesce nella brillante operazione di peggiorare ancora di più la situazione. Perché dopo la “presa di distanza dai comportamenti civili” (e ci mancherebbe), subito dopo l’Ana ci spiega che si tratta di “episodi di maleducazione fisiologici quando si concentrano in una sola località centinaia di migliaia di persone per festeggiare”.

La frase è significativa almeno per due motivi: le molestie sono derubricate a “maleducazione” come nella peggiore tradizione maschilista italiana e scopriamo che non c’è festa se qualcuno non prova almeno ad allungare le mani. Non male come visione dell’universo maschile. Ma l’acume degli Alpini si supera quando l’Ana indica i colpevoli tra giovani infiltrati nella festa che avrebbero comprato penne “tarocche” per avere la possibilità di palpare e baciare indisturbati le donne di Rimini (di cui molte minorenni).

Una tesi talmente assurda che ricorda le famose “piste anarchiche” che in questo Paese sono diventate la barzelletta per coprire le reali responsabilità. Ed è incredibile che il servizio d’ordine degli Alpini durante il corteo non sia riuscito a individuare questi “finti alpini” fino al baccano sollevato dalle denunce delle associazioni (tra cui Non una di meno Rimini) e dai giornali. Inevitabile la scusa del “non sono state presentate denunce” che l’Ana sottolinea nel suo comunicato per mettere in dubbio l’autenticità delle testimonianze.

Al di là del fatto che poche ore dopo sono usciti alcuni video degli episodi (una vera disdetta per i nostri poveri Alpini), i nostri militari dovrebbero sapere (e se non lo sanno devono impararlo in fretta) che per una donna presentarsi in una caserma dei carabinieri con la speranza che vengano perseguiti gli autori di molestie o di catcalling è una chimera ben lontana dalla realtà. Anche perché, come spiegano decine di ragazze, i fatti sono avvenuti di fronte a forze dell’ordine che non solo non sono intervenute ma hanno invitato le vittime ad avere “un po’ di comprensione”.

Mica per niente la vicepresidente della Regione Emilia romagna Elly Schlein (Bonaccini non pervenuto) spiega che “non si tratta di episodi di maleducazione ma sono molestie” e che per intervenire non servono le denunce poiché “spesso le donne non denunciano perché temono di non essere credute”. Gli Alpini, intanto, battono la ritirata.