Monoclonali, tutti li vogliono ma nessuno li piglia. Gli anticorpi prodotti a Latina sono una potente arma contro il Covid, ma finiscono negli Usa

WALTER RICCIARDI
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Tutti stregati dai monoclonali. Mentre la lotta contro il Covid continua ad essere particolarmente dura e sui vaccini i problemi sono numerosi, ieri Giorgio Palù, presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco, ha sostenuto che gli anticorpi monoclonali sono “un’arma potentissima” contro il virus, con un’efficacia dell’80% nel prevenire i ricoveri in ospedale.

Il viceministro della salute Pierpaolo Sileri ha aggiunto che da diversi mesi, da giugno addirittura, sostiene che oltre al vaccino bisognava puntare anche sulle terapie come gli anticorpi monoclonali. E come se non bastasse Walter Ricciardi, ordinario di igiene e medicina preventiva all’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha lanciato un appello all’Aifa: “Non mi sembra questo il momento di perdere del tempo per una procedura sicuramente più lunga, quando Germania, Stati Uniti e Canada li hanno già. Aifa approvi i monoclonali già in commercio”.

Sui monoclonali c’è però un grande paradosso. Per aprire a tale ipotesi, nella lotta contro il Covid, è stato infatti necessario l’intervento della giustizia amministrativa e mentre le autorità sanitarie attendono lo sviluppo della ricerca avviata da Rino Rappuoli con Toscana Life Sciences, i monoclonali, che negli Usa è emerso sono stati efficaci nell’80% dei casi, sono già prodotti da un’azienda italiana per conto di un colosso della farmaceutica statunitense, che aveva offerto la sperimentazione anche all’Italia, ma che l’Italia ha rifiutato.

IL PUNTO. Ricciardi, consulente del ministro della salute Roberto Speranza, si chiede perché Canada, Stati uniti e Germania hanno già acquistato il prodotto e l’Italia, “che ne avrebbe molto bisogno con 500 morti al giorno”, no. Un interrogativo al momento senza risposta. I monoclonali contro il coronavirus sono stati messi a punto dal colosso farmaceutico americano Eli Lilly, negli Usa vengono impiegati anche in chiave preventiva e dunque non solo per chi risulta positivo al virus, e a produrli, per conto dell’azienda a stelle e strisce, è un’azienda italiana, la Bsp Pharmaceuticals spa di Latina, fondata nel 2006 da Aldo Braca, ex manager del gruppo Bristol Myers Squibb.

Con i suoi 800 dipendenti e uno stabilimento realizzato sulle ceneri di quello alimentare della Tetra Pak, la società pontina lavora soprattutto per gli Stati Uniti d’America e il Giappone. Tra i propri clienti ha la Eli Lilly, che tra agosto e settembre ha chiesto a Bsp un aiuto per produrre i monoclonali che aveva sviluppato. “Abbiamo subito accettato e la Lilly ci ha fatto ottenere dall’Agenzia americana del farmaco un’autorizzazione d’emergenza”, assicura l’amministratore delegato Braca. I monoclonali prodotti a Latina vengono ora portati con dei tir in Francia, in un’azienda di proprietà della Eli Lilly che li confeziona, e poi spediti ai clienti del colosso farmaceutico americano, in larghissima parte negli Usa e ora anche in Germania.

L’Italia ha però rifiutato la sperimentazione di Eli Lilly e, nonostante la Bsp abbia subito comunicato quanto stava facendo all’Aifa, nessuno si sarebbe fatto vivo né con l’azienda pontina né con quella americana. Ora, visto che tutti sono convinti dell’importanza dei monoclonali, se le autorità sanitarie italiane decideranno di cambiare idea dovranno chiedere alla Lilly se c’è ancora possibilità di ottenere quegli anticorpi. “La proprietà è della Lilly. Noi stiamo anche ampliando il nostro stabilimento, ma chiaramente la capacità di produzione ha un limite”, precisa Braca.