Ilva, i dirigenti hanno dormito: 27 in carcere

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Leonardo Rafanelli

Ventisette condanne per omicidio colposo plurimo e disastro: questa la pesante decisione che arriva dal tribunale di Taranto a pochi giorni da uno snodo cruciale per il futuro dell'Ilva. Lunedì prossimo, infatti, la famiglia Riva incontrerà il commissario Enrico Bondi per discutere di una ricapitalizzazione. Ma intanto il giudice Simone Orazio, nella sentenza di primo grado, ha confermato le responsabilità degli ex dirigenti di Ilva e di Italsider per la morte dei 28 operai deceduti per mesotelioma pleurico dopo l'esposizione all'amianto presente nello stabilimento. Quello che emerge dal processo, infatti, è la grave negligenza nel disporre misure di sicurezza per la tutela della salute. Secondo l'accusa, mentre nello stabilimento siderurgico di Taranto si utilizzava l'amianto in maniera massiccia, chi vi lavorava non veniva informato sui rischi, non riceveva sufficienti visite mediche ed entrando in contatto con la sostanza finiva per ammalarsi e per morire.

La sentenza
Nel complesso, le pene inflitte raggiungono i 189 anni di reclusione. Le condanne più dure sono quelle per i vertici della vecchia Italsider, la società pubblica alla quale subentrò nel 1995 il gruppo Riva. Tra questi il manager Sergio Noce, condannato a 9 anni e mezzo, e il suo collega Giovanbattista Spallanzani (9 anni). Pene pesanti anche per Attilio Angelin (9 anni e 2 mesi), per l'ex direttore generale di Finmeccanica Giorgio Zappa (8 anni e 6 mesi) e per Francesco Chindemi, già amministratore delegato della Lucchini (8 anni). Fabio Riva, ex vice presidente dell'omonimo gruppo, è stato invece condannato a 6 anni, così come l'ex direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso. Tra i 27 ex dirigenti, anche il nome di Pietro Nardi, che secondo indiscrezioni era candidato a diventare il nuovo commissario straordinario dell'Ilva al posto di Enrico Bondi. Il giudice, infatti, lo ha ritenuto colpevole della morte di 10 operai per omissione dolosa delle cautele. Unica sentenza di non luogo a procedere, quella per Emilio Riva, ex patron della fabbrica morto lo scorso 30 aprile. È stato inoltre riconosciuto un risarcimento nei confronti dei familiari e dei sindacati Fiom e Uilm, che si erano costituiti parte civile.

Le reazioni
Adesso si attendono le motivazioni della sentenza, ma sembra assai probabile che il giudice abbia attribuito una responsabilità maggiore a quei dirigenti che erano venuti a conoscenza prima di altri dei rischi legati alle fibre d'amianto, senza però fare nulla per risolvere il problema. In ogni caso, la lettura in aula del dispositivo è stata accolta dai presenti con un applauso. I familiari degli operai deceduti parlano di “sentenza storica”, mentre il procuratore Franco Sebastio, pur ribadendo che si tratta soltanto del primo grado di giudizio e che in Italia vige la presunzione di non colpevolezza, sottolinea che la decisione del giudice dimostra la correttezza delle indagini costruite dalla procura. Del resto il Pm Graziano, durante la sua requisitoria, aveva affermato: “Questo lungo dibattimento rappresenta uno spaccato della vita della comunità tarantina. È una vicenda che mostra le gravi violazioni avvenute in fabbrica in materia di sicurezza”.

E una conclusione definitiva appare ancora lontana: fra poco meno di un mese, infatti, si terrà l'udienza preliminare del maxi processo all'Ilva. Come detto, inoltre, lunedì si parlerà anche di ricapitalizzazione, mentre Claudio Riva annuncia: “Senza un futuro per l'Ilva penso ci sia poco futuro per l'Italia nella siderurgia”. Ma anche guardando soltanto alla questione dell'amianto, sembra ci sia ancora molto da fare: nel corso del processo, infatti, l'accusa ha messo in evidenza come in alcuni stabilimenti dall'azienda sia ancora presente la sostanza killer.