Morti sul lavoro, pochi controlli contro gli abusi. Così è facile aggirare le regole. Parla il sociologo Domenico De Masi: “Si è creata una condizione di precarietà crescente”

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Dodici morti sul lavoro nell’ultima settimana. Da gennaio ad agosto, secondo i dati Inail, gli incidenti sono stati 772. Numeri allarmanti al punto che ora si parla di strage. Domenico De Masi, sociologo, come stanno le cose?
“L’Italia tutto sommato non sta messa così male rispetto agli altri Paesi europei e non ha percentuali di infortuni così terribili. Il punto è che noi ci accorgiamo della gravità della situazione solo quando ci sono questi addensamenti”.

E come si spiegano questi addensamenti?
“Col fatto che sempre di più si trascurano i problemi della sicurezza sul lavoro. Le aziende anche per rifarsi delle perdite di questi due anni sono indotte a incoraggiare la massima produttività, il che spesso significa sregolatezza”.

Che fare allora?
“Bisogna far rispettare le norme di sicurezza. Il punto è che questo costa, non tantissimo ma costa e spesso si trascura di farlo”.

Si parla di inasprire le sanzioni?
“Ma le sanzioni già ci sono. La verità è che mancano gli ispettori in numero sufficiente per visitare i cantieri. E anche questo però non basta. Ci vorrebbe una maggiore coscienza da parte imprenditoriale e di formazione alla sicurezza per i lavoratori.

Ieri la notizia dell’apertura della procedura di mobilità per 103 dipendenti di iGuzzini Illuminazione, nome storico del sistema produttivo marchigiano, ora di proprietà del gruppo svedese Fagerhult. Aver deciso di togliere il blocco dei licenziamenti è stata una scelta saggia?
“Che la fine del blocco avrebbe accelerato ulteriori licenziamenti è cosa che si sapeva. Le aziende licenziano anche quando vanno bene: comprano le macchine e sostituiscono i lavoratori. Il punto è che il blocco dei licenziamenti è stato un pannicello caldo. La realtà è che il progresso tecnologico, la globalizzazione e la delocalizzazione delle aziende, per cui le imprese vanno dove il lavoro costa meno, comporta questo. Il blocco ha comportato una dilazione ma prima o poi là si andava a finire. Ad ogni modo è ovvio che si sia creata una condizione di precarietà crescente”.

Come rispondere a questa emorragia di posti di lavoro?
Il primo vaccino sarebbe ridurre l’orario di lavoro. Dobbiamo adottare lo stesso orario della Germania, 1400 ore, e non 1800 come da noi. Da noi si lavora 400 ore di più e ci sono più disoccupati. Senza considerare che ora ci saranno i soldi del Recovery plan e questo comporterà più cantieri, col risultato che la disoccupazione si attenuerà. Ma finiti i soldi molte industrie si saranno digitalizzate e questo potrebbe comportare nuove persone a casa”.

I dati che arrivano dall’Istat peraltro ci dicono che il mercato del lavoro è trainato dai contratti precari.
“Certamente questo è l’effetto del congelamento deciso ora del decreto Dignità (introdotto dal primo governo Conte, ndr) che riduceva i contratti a termine. Contratti precari, lavoro pagato a due lire, senza reddito minimo, questa sì che è una pacchia per gli imprenditori”.

Ha parlato di salario minimo. Ma le parti sociali si oppongono alla sua introduzione. Condivide le loro resistenze?
“Assolutamente no. Il salario minimo c’è in tutta Europa e non si capisce perché non ci dovrebbe essere in Italia. Qui da noi ci sono più di 900 contratti. Fare quello che dicono i sindacati e le imprese, ovvero demandare l’indicazione dei salari minimi in sede contrattuale, è praticamente impossibile. Se ci fosse una legge a stabilire una soglia minima di retribuzione la cosa sarebbe invece risolutiva”.

Cosa fare per vincere queste resistenze?
“Ci vorrebbe una lotta dei lavoratori al di fuori dei sindacati il che è quasi impossibile. I lavoratori sono forti se sindacalizzati ma se i sindacati sono contrari, come in questo caso, allora i lavoratori sono fregati. Oramai Confindustria e sindacati sono d’accordo sul no. Non vedo soluzioni”.

Ci vorrebbe un atto di coraggio da parte del legislatore.
“Non mi pare che Mario Draghi abbia intenzione al momento di farlo. Il tema è stato espulso dall’agenda del Governo”.

Reddito di cittadinanza: disincentiva il lavoro? va modificato?
“Dal momento che noi siamo stati tra gli ultimi paesi dell’Ocse a introdurlo e con la somma più piccola era chiaro che fosse in forma sperimentale. Ma bisogna pensare solo a ritocchi. Guai ad abolirlo. Sono 3,7 i milioni di poveri che supporta. La media dell’importo erogato è 500 euro. Se il lavoro che si offre è pagato meno vuol dire che il datore di lavoro è un ladro. Dunque il Reddito di cittadinanza disincentiva i ladri non il lavoro”.