Napolitano blinda il Governo. Bene le riforme, altolà ai sindacati. Stop anche alle ipotesi di voto anticipato

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Avete presente quelle terribili scene che capitano sui mezzi pubblici quando ad una fermata sale una persona anziana e il giovane cuffiato e iper connesso non si alza perché deve chattare e twittare o controllare i post su Facebook? Pura follia. Ecco, quante volte vi è venuto voglia di usare le maniere forti? Tante, però dicono che non si può. Dicono. Sia pur con tutte le dovute variazioni del caso, dettate dall’uso della metafora, ieri fra Quirinale e Palazzo Chigi, grosso modo, è accaduto questo.  Insomma, il capo dello Stato si è ritrovato a far da badante, per l’ennesima volta, al presidente del Consiglio, impegnato in veri e propri corpo a corpo con la minoranza del Pd e i grillini da una parte, l’Europa e Silvio Berlusconi d’altra. Diciamo la verità. Fa un certo effetto vedere un premier giovane, molto spregiudicato e, soprattutto, pronto a tutto pur di seguire il proprio disegno, aver bisogno del sostegno, se non proprio della copertura politica, di un presidente della Repubblica anziano, stanco (di quella stanchezza determinata dal peso delle responsabilità più che dagli anni, che ci sono) per salvare il governo.  Certo, ai più il discorso di Napolitano è risultato essere “solo” un endorsement all’attività del governo e alla stabilità. In realtà, dentro a quell’intervento c’ è molto di più. “Non si attenti”, ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano nel consueto saluto di Natale alle alte cariche dello Stato, “non si attenti alla continuità di questo governo”. Insomma, chi tocca Renzi, anche se si fa del male da solo, muore. Sostegno che si può riassumere in cinque punti: sindacati, crisi aziendali, riforme istituzionali, minoranza, legge di stabilità. Napolitano ha invitato i sindacati a “rispettare le prerogative delle decisioni del governo”. Come se Landini, la Fiom, la Camusso e la Cgil avessero svalicato dai propri ruoli. Un richiamo, quello del capo dello Stato, che, in realtà, mette tutti in guardia dal concretizzarsi di un fatto. La trasformazione del sindacato in un vero e proprio partito anti-Renzi. Molto più forte della minoranza Dem. Non a caso Napolitano ha sottolineato come siano giunti “non trascurabili apporti” alla soluzione di crisi aziendali sia dal ministero dell’Economia che dal presidente del Consiglio in persona con un’opera di cui “non si può obiettivamente negare la rilevanza e l’efficacia”. E poi la difesa delle riforme istituzionali, con una parola tanto cara al presidente del Consiglio Renzi: “Il superamento del bicameralismo paritario non è un tic da irrefrenabili rottamatori o da vecchi cultori di controversie costituzionali”. Ha poi lanciato un avvertimento alle minoranze interne ai partiti: “Non possiamo essere ancora il Paese attraversato da discussione ipotetiche, se e quando e come si voglia e si possa puntare su elezioni anticipate su scissioni. E’ solo un confuso agitarsi che torna ad evocare lo spettro della instabilità”. Infine una traccia, stavolta chiara, su quando potrebbe lasciare. Per Napolitano è importante non fermare la continuità istituzionale e politica, almeno fino alla fine del semestre europeo, il 13 gennaio 2015. “Si sono messi in moto processi di cambiamento all’interno del paese e di attenzione e fiducia dall’esterno che mi fanno registrare con un segno positivo. Ma tutto richiede continuità istituzionale. E a rappresentarla e garantirla mi ero personalmente impegnato ancora una volta per tutto lo speciale periodo del semestre italiano di presidenza europea”.