Natale in Procura. Con Roma e Milano sotto assedio dei magistrati si torna a respirare l’aria del 1992

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Citare Tangentopoli è ormai un modo standard per parlare del rapporto tra politica e magistratura: perché a ogni inchiesta si materializza il fantasma dell’ordalia giustizialista di Mani Pulite. Ma, anche se abusato, è l’unico metro di paragone che può reggere il confronto con il momento storico che si sta vivendo (pur facendo le dovute proporzioni). La cronaca delle ultime ore consegna un quadro disarmante: passata una notte cupa per il Partito democratico, con Giuseppe Sala autosospesosi da sindaco di Milano perché indagato nell’ambito degli appalti sulla Piastra di Expo, è arrivata un’alba funesta per il Movimento 5 Stelle con l’arresto di Raffaele Marra, l’uomo-chiave per l’amministrazione Raggi. Proprio la figura che la sindaca pentastellata aveva sponsorizzato e difeso, arrivando a sfidare Beppe Grillo.

I magistrati stanno così assestando una serie di colpi a tutte le forze politiche, senza  alcuna distinzione di valori e di colore politico. Dopo il referendum sulle riforme non c’è stato un attimo di respiro con un mese di dicembre denso di fatti giudiziari. Sotto le carte delle inchieste sono finite le due città più importanti d’Italia: la Capitale politica e la capitale economica. Sembra quasi una di quelle commedie adatte a questo periodo: un Natale in Procura. Peccato, però, che nel caso specifico sia una tragedia per la Repubblica e non una commedia. La cultura garantista continua ad arrancare di fronte alle notizie di inchieste a danno della credibilità del sistema-Paese.

Storie speculari – Il caso di Sala è emblematico. Il sindaco di Milano è finito nel registro degli indagati per un’inchiesta che i pm volevano archiviare, ma che il procuratore generale ha portato sotto il suo controllo, dando una nuova spinta alle indagini. Così, in questa faida togata, l’ex commissario dell’Expo è finito sulla graticola, provocando qualche grattacapo anche a Matteo Renzi: l’ex presidente del Consiglio aveva investito tutto il suo capitale politico sulla candidatura di Sala a Milano. Così stava passare in secondo piano un altro aspetto: un primo cittadino è chiamato alla responsabilità di guidare un’amministrazione, cercando di risolvere  i problemi reali dei cittadini. Quindi il Pd si preparava ad affrontare l’attacco degli avversari, con i 5 Stelle sulle barricate pronti a imbracciare arco e frecce per colpire il bersaglio grosso: il manager renziano indagato. Anche perché fino a qualche ora prima i dirigenti romani del Pd gongolavano per la perquisizione della Guardia di Finanza in alcuni uffici del Comune di Roma. Insomma, era pronta la vendetta pentastellata. Poi c’è stata la bomba del giorno, esplosa sotto la poltrona della Raggi. Il rumore ha silenziato qualsiasi altra questione, tranne il brutto vizio della politica di buttarla in caciara giudiziaria. È scattata ancora la corsa a prendersela con i 5 Stelle, sfoggiando la bava alla bocca giustizialista tante volte rinfacciata ai grillini. Dal Pd a Forza Italia hanno additato il “nuovo mostro” del Movimento, chiedendo le dimissioni della Raggi. Eppure – giusto per riportare il discorso alla ragionevolezza – la sindaca non c’entra con questa vicenda dal punto di vista giudiziario. Al massimo le si potrebbe addossare la responsabilità di aver puntato su un collaboratore sbagliato.

Elenco infinito – In questo Natale in Procura, per inciso, va anche inserito qualche altro caso: l’inchiesta sul presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, per l’ipotesi di reato di voto di scambio, e la richiesta di rinvio a giudizio per Silvio Berlusconi nel processo Ruby ter. In una tale sinfonia è possibile sviluppare anticorpi? La soluzione sarebbe la difesa di una granitica cultura garantista, che invece viene puntualmente sacrificata sull’altare della convenienza politica, nonché giornalistica vista la tendenza di strillare in prima pagina il nome degli indagati. Salvo poi dimenticarsi delle inchieste quando finiscono in un vicolo cieco con assoluzioni degli imputati – nei casi in cui si arriva a processo – o addirittura con archiviazioni quando non sussistono neppure gli elementi per un rinvio a giudizio. Con un pizzico di cultura di diritto, le indagini non sarebbero più una questione nazionale.

Conto da pagare – Il problema è che alla fine a pagare il conto non è la classe dirigente: sono direttamente i cittadini. Perché il sistema-Italia risulta danneggiato nella credibilità: la qualità principale per attrarre gli investimenti necessari a creare sviluppo e occupazione. Del resto nemmeno le forze politiche riescono a ottenere un dividendo dalla barbarie giustizialista: addirittura i 5 Stelle stanno annaspando nella cultura della purezza totale. Che quando tocca amministrare è un’utopia. Un po’ come quella di un’Italia che sappia essere più garantista.