Naturale che l’ambasciatore Usa ci dica come votare al referendum. Tra Fondi e banche gli States sono padroni di mezza Italia. Ecco quanto

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Le parole di John Phillips, l’ambasciatore americano in Italia che ha platealmente preso posizione a favore del sì al referendum costituzionale, hanno rilanciato il tema delle ingerenze a stelle e strisce nel nostro Paese. La scoperta dell’acqua calda, si potrebbe dire. Ora, senza stare a scomodare la parte di storia a ridosso del dopoguerra, la presa americana sul Belpaese oggi si è “aggiornata”. Ed appare così netta da provocare un sorriso di fronte all’esternazione con cui ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha provato a rivendicare una sorta di sovranità nazionale. Si prenda la Borsa italiana.

LA GEOGRAFIA
Qui la presenza Usa nelle società quotate è enorme, a partire dai nomi più noti. BlackRock, uno dei fondi di investimento a stelle e strisce più ricchi del mondo, negli ultimi anni ha rastrellato di tutto di più a Piazza Affari. E ancora oggi detiene partecipazioni di peso in Rai Way (5%) e in Azimut (6%). Un altro fondo americano molto in vista, Amber Capital, vanta una forte presenza nel settore aeroportuale, con il 15% nell’Aeroporto di Bologna e il 20% nella Save, società che tra gli altri gestisce lo scalo di Venezia. Ancora, gli americani di Capitale Research sono azionisti forti di Unicredit con il 5%. Il fondo Polaris Capital Management vanta il 10% di Trevi, la società che sta ristrutturando in Iraq la diga di Mosul, ovviamente col placet americano. Ma gli esempi sono tantissimi. Con il 6%, per dire, il fondo Dodge & Cox è azionista rilevante di Saipem, la società di ingegneria petrolifera. Forte la presenza a stelle e strisce anche nel capitale di Prysmian, società dei cavi per telecomunicazioni e fibre ottiche. Qui un 2,17% è accreditato a Jp Morgan, banca americana ormai factotum in Italia, un 2,15% alla Massachusetts Financial Services Company e un altro 2,13% al fondo State Street Global Advisors. Per non parlare della presa americana sull’allora galassia Pesenti: il fondo di investimento First Eagle ha un bell’8% nel capitale di Italcementi e Italmobiliare. E che dire di Exor, la scatola di partecipazioni della famiglia Agnelli? La società di investimento Harris Associates ne detiene il 5%. E l’elenco potrebbe continuare ancora per molto. Di sicuro uno dei settori in cui la presenza americana è dilagante, e di conseguenza risulta estremamente ridotta la sovranità italiana, è quello della gestione del debito pubblico, una montagna da 2.200 miliardi di euro. Non sempre si mette a fuoco che i veri manovratori del nostro debito sono i cosiddetti specialisti in titoli di stato, ovvero quegli istituti che devono organizzare le aste, lautamente pagati dall’Italia, assicurando anche una percentuale di acquisti dei titoli stessi.

CONSEGUENZE
Il tutto però con grandi privilegi, per esempio quello di poter stipulare i famosi contratti derivati, strumenti finanziari sui queli spesso il Tesoro ha sbattuto la testa perdendo soldi a valanga. Ebbene, secondo l’ultimo aggiornamento del 1° gennaio 2016 oggi gli specialisti che gestiscono il debito pubblico sono 18 banche, di cui 15 estere. E già questo la dice lunga. Ma delle 15 estere ben 5 sono americane: Morgan Stanley, Merrill Lynch, Jp Morgan, Goldman Sachs e Citigroup. Con le prerogative che hanno sono in grado di influenzare incisivamente lo sviluppo del debito. Il che vuol dire in ultima analisi fare anche grossi affari. E poi ci si stupisce se gli Usa ci dicono cosa fare al referendum e non solo.

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di Gaetano Pedullà

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