Nel Pd si litiga pure sugli interventi al Senato. Renzi si sfila e accusa Zingaretti. Alla fine parla Parrini ma è rissa totale

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Se non esistessero dovrebbero inventarli. I senatori del Partito democratico sono riusciti a litigare tra di loro anche quando non sono loro sul banco degli imputati. Fino a due giorni fa a parlare in Aula in risposta al premier Giuseppe Conte sul caso Russiagate, doveva essere l’ex segretario Matteo Renzi. Era stato proprio il senatore toscano a proporsi. E la proposta era stata accolta positivamente dal capogruppo dem in Senato, Andrea Marcucci. Ieri in mattinata, però, l’improvviso cambio di programma: un passo indietro inaspettato, accompagnato da ulteriori accuse nei confronti dei vertici del partito e degli esponenti vicini a Nicola Zingaretti.

Ad aprire la giornata è stata una nota del presidente dei senatori dem Marcucci, che dopo aver dato notizia della “indisponibilità del senatore Matteo Renzi ad intervenire in aula”, ha comunicato che dopo l’informativa del presidente Conte sui rapporti della Lega con la Russia, sarebbe intervenuto in Aula a nome del Pd il senatore Dario Parrini. Esattamente come avvenuto. Ma ancora prima dell’intervento in Aula, Renzi ha pubblicato una nota sui social molto critica: “Avevo chiesto di poter intervenire contro Salvini a nome del Pd. La cosa ha suscitato polemiche interne dentro il partito da parte dei senatori vicini alla segreteria”.

L’ex Rottamatore poi ha rilanciato: “Penso che ci sia chi continua ad attaccare il Matteo sbagliato – ha aggiunto – Ma penso anche che non valga la pena dividersi su questo: sarò in Aula ad applaudire il collega che parlerà a nome del Pd”. La nota polemica di Renzi ha dato il là alla reazioni incendiarie da parte dei parlamentari vicini all’ex premier. Interventi che invece di placare lo scontro interno hanno contribuito ad esacerbarne i toni. “Renzi rinuncia a intervenire dopo le polemiche nel Pd. Qualcuno ha parlato di metodo, allora ci dicano di che metodo si tratta”. ha scritto su Twitter il deputato Michele Anzaldi.

“E c’è ancora chi mi viene a parlare di fuoco amico. Qui ormai siamo al tafazzismo allo stato puro”, ha detto invece Roberto Giachetti. Ancor più duro Ernesto Magorno: “Che piaccia o no Renzi è un vero leader stimato e apprezzato in tutto il mondo, rappresenta una risorsa preziosa in questo momento storico. Bisognerebbe valorizzare ogni sua idea, ogni sua singola parola. Invece, qualcuno, lo vede come un problema. È semplicemente assurdo!”. Immancabile Carlo Calenda, che ha rilanciato la proposta di dare vita a un coordinamento dei big del Pd, una delle proposte dell’Odg che presenterà alla Direzione di venerdì 26 luglio: “Capite perché non si può andare avanti così. Perché abbiamo bisogno di un luogo dove Renzi, Gentiloni, Zingaretti etc si incontrino e si confrontino”.

Dopo una serie di attacchi così forti, il segretario dem Nicola Zingaretti è stato costretto a intervenire in prima persona: “Francamente non capisco cosa sta succedendo – ha detto – Una discussione sul Russiagate sta diventando una discussione sul Pd”. E parla di “polemica insensata” perché “in momenti come questi ci vuole molta responsabilità e rispetto da parte di tutti”.