Nemmeno il 2 giugno fa scattare la tregua nel Centrodestra

Sembra incredibile ma neanche la festa della Repubblica fa scattare la tregua nel centrodestra che vive una vera e propria guerra fredda

Sembra incredibile ma neanche il 2 giugno, Festa della Repubblica e simbolo dell’unione italiana, riesce a far scattare una tregua all’interno del centrodestra. Anzi sembra proprio che l’importante avvenimento sia stato soltanto l’ennesima riprova di come la granitica compattezza della coalizione è poco più che un mito e che, tra i suoi leader, è in corso una vera e propria guerra fredda.

FEDERMANAGER  ASSEMBLEA NAZIONALE 2021

È battaglia aperta nel centrodestra. Tra Meloni e Salvini è gelo

A farlo capire è stata Giorgia Meloni che, prendendo posto per assistere alla parata, ha colto l’occasione per fare un po’ di sana retorica sull’Esecutivo di Mario Draghi e per togliersi i sassolini dalla scarpa. “Il governo nasce così: io ho tentato di spiegare che in una repubblica parlamentare se tu metti insieme tutto e il contrario di tutto non ottieni niente di buono perché è gente che sta insieme per necessità non per visione comune, per scelta” ha spiegato la leader di Fratelli d’Italia.

La stessa ha poi continuato il suo ragionamento spiegando: “Non mi sbagliavo perché poi i nodi vengono al pettine prima o poi”. E così, proprio il 2 giugno, è tornata a cavalcare il ritorno alle urne: “Mi chiedo se l’Italia abbia bisogno davvero di governi come questi se non sarebbe meglio avere sane elezioni e un governo scelto dai cittadini per fare quello che i cittadini chiedono”. Ma la frase più importante è quella che ha come bersaglio l’alleato di coalizione. A precisa domanda da parte dei cronisti sul fatto se siederà accanto a Matteo Salvini, la Meloni ha gelato tutti: “Non so neanche se c’è”.

Si tratta di una frase emblematica perché mostra ancora una volta come i rapporti tra i due sono ai minimi termini. Circostanza che già in passato la leader di Fratelli d’Italia non ha nascosto. Rapporti tesi che sono apparsi evidenti già il 26 maggio scorso quando, in pieno dibattito sulla necessità di riformare la legge elettorale, Matteo Salvini ha messo fine a un lungo tentennamento decidendo di mettere la Lega di traverso.

“Cambiare la legge elettorale a pochi mesi dal voto è poco rispettoso verso i cittadini italiani” ha spiegato il Capitano al Forum Ansa, per poi fare un’analisi sul sistema che secondo lui sarebbe preferibile. “Il proporzionale garantisce ancora meno del maggioritario, quindi evitiamo di farci del male e di perdere tempo. Teniamoci l’attuale legge e poi ci saranno maggioranze che si metteranno d’accordo su un programma” conclude Salvini.

Frasi che hanno reso evidente la lotta di potere nel centrodestra dove il primo partito, sondaggi alla mano, è Fratelli d’Italia con dieci punti di distacco sulla Lega. Insomma il Carroccio appare spacciato e ciò a prescindere dal sistema elettorale in uso. Ma Salvini non vuole mollare la leadership della coalizione e lo ha fatto capire proprio in quell’occasione ribadendo che “in democrazia contano i numeri, il partito che risulta vincitore indica il candidato premier”.

Ma come riuscire in un risultato che appare impossibile? Semplice. Il piano del Capitano è unire la Lega a Forza Italia per superare i meloniani. Fantapolitica? Forse. Eppure a confermare che l’andazzo sia questo è stato il caso di Silvio Berlusconi che, pochi giorni prima ha pronunciato frasi filo-Putin per poi ricevere forti critiche da Maria Stella Gelmini che ha preso le distanze dal suo leader.

Parole a cui ha risposto Salvini, riprendendo la ministra per gli Affari regionali e per le autonomie: “Prima di criticare Berlusconi, qualcuno dovrebbe contare fino a cinque”. E la Gelmini non ha tardato a rispondere, smascherando il piano del Capitano: “Invito Salvini a rispettare il dibattito interno ad un partito che, per il momento, non è il suo”.

Pubblicato il - Aggiornato il alle 16:06
Seguici su Facebook, Instagram e Telegram