No Meloni Day, gli studenti invadono le piazze mentre i tir bloccano il Sud. Ma dal governo l’unica risposta è la condanna

Cortei di studenti in decine di città contro guerra, tetto agli stranieri e crisi climatica. Al Sud stop dei camionisti contro il carogasolio

No Meloni Day, gli studenti invadono le piazze mentre i tir bloccano il Sud. Ma dal governo l’unica risposta è la condanna

“Soldi alla scuola, non alla guerra”. “Tetto al 30%, ignoranza al 100%”. Sugli striscioni del No Meloni Day ieri si leggeva l’elenco delle cose che gli studenti contestano al governo. Il decreto che fissa un tetto alla presenza di alunni stranieri in classe. La spesa militare. La riforma dei tecnici. Il carovita, il degrado degli edifici. Senza dimenticare il clima, tanto che nel pomeriggio di ieri Fridays for Future ha riempito le piazze di 25 città.

“Con che coraggio la premier Meloni viene a parlarci di tetto agli stranieri nelle scuole, quando queste vengono letteralmente scoperchiate e distrutte da un tornado?”, chiede Marco, studente siciliano che cita quanto avvenuto a Marsala.

In 20mila sfilano per Roma, ma si parla solo degli incappucciati

A Roma, secondo la Questura, hanno sfilano migliaia di ragazzi dal Colosseo fino al ministero dell’Istruzione, in viale Trastevere. Gli organizzatori parlano di 20mila. Una festa rovinata da un gruppo ristretto di violenti che a volto coperto ha lanciato bottiglie e bombe carta contro la polizia e usato gli estintori.

La stessa Questura però scrive che quelle condotte, di una “componente minoritaria”, non hanno compromesso la manifestazione, e chiede di distinguerle “dal comportamento della maggioranza degli studenti”.

A Torino gli scontri più duri: i prof cercano di fermare le cariche

La giornata più dura si è vissuta a Torino, dove sono volati sassi e bottiglie contro gli agenti sotto il grattacielo di Intesa Sanpaolo. La polizia ha risposto con gli idranti. Un 17enne incappucciato è stato arrestato per resistenza e danneggiamento. Alcuni insegnanti con le bandiere si erano messi in testa al corteo e hanno cercato di proteggere i ragazzi. A terra, foto di Meloni, Valditara, Crosetto e Schlein imbrattate di rosso.

Tensioni anche a Bologna, dove molte scuole restano chiuse per evitare occupazioni. A Verona sono bruciati cinque cassonetti, a Genova le sagome di Meloni e Valditara finiscono a testa in giù. A Milano in migliaia sfilano dietro lo striscione “Nessuno è straniero”.

Valditara condanna e non dà risposte

Dal governo arriva solo la condanna dei violenti e nessuna risposta. “Questa non è espressione democratica del dissenso, né difesa della scuola, ma aggressione alle istituzioni e teppismo politico”, dice il ministro Giuseppe Valditara. Il suo ministero elenca insulti, petardi, bombe carta, agenti feriti. Nulla sulle richieste degli studenti non c’è una riga.

Matteo Salvini, dal Pirellone, ammette che in alcune città le proteste sono “civili, colorate, festose e giustamente oppositive”, poi taglia corto: “Abbiamo studenti che lanciano pietre contro la polizia, quelli non sono studenti. Sono criminali e delinquenti”.

Intanto la protesta dei tir bloccava la Sicilia

Mentre i ragazzi protestavano, in Sicilia e Calabria si fermavano i Tir. Nell’isola lo stop è scattato a mezzanotte di giovedì e durerà fino a martedì 20: camion nei piazzali, semirimorchi lasciati sulle navi. “In tutta la Sicilia non circola un solo mezzo pesante”, rivendica Salvatore Bella, leader del Comitato autotrasportatori siciliani.

In Calabria i presidi sono una quindicina, da Lamezia a Gioia Tauro, fino alla Locride. Al Sud intanto i distributori sono a secco, complice il blocco della raffineria di Taranto da parte degli operai ex Ilva, tolto solo nella mattinata di ieri. Dove si trova ancora, il gasolio arriva a 2,5 euro al litro.

A Meloni chiedono prima di tutto di abbassare il prezzo del carburante. Secondo Conftrasporto, dall’inizio della guerra il gasolio è aumentato di oltre 50 centesimi al litro. Le imprese lamentano che le risorse stanziate a maggio non sono mai arrivate e chiedono altri fondi.

Il presidente Pasquale Russo vuole una convocazione “ad horas”, “altrimenti dovremo ricorrere alla valutazione di un fermo nazionale e si bloccherà il paese”. Poi arriva la convocazione per il 27 ottobre. Ma solo per le sigle nazionali, che non scioperano. “Un vero e proprio affronto”, attacca Bella. “Alle prossime elezioni ci ricorderemo chiaramente di chi ci ha sostenuto e di chi, invece, ci ha abbandonato”.