Non è l’Arena ma l’Antimafia. Altro show di Di Matteo sulla mancata nomina al Dap. Il consigliere del Csm ribadisce che il guardasigilli avrebbe ceduto a veti sulla sua nomina. Circostanza già smentita da Bonafede

di Nicola Scuderi
Politica

Per molti deve esser sembrato un déjà vu, quasi una replica di Non è l’Arena. Eppure si è trattato dell’audizione di Nino Di Matteo davanti alla commissione parlamentare Antimafia in cui sarebbero dovuti emergere nuovi particolari in relazione alla mancata nomina al vertice del Dipartimento di amministrazione penitenziaria. Niente di quanto accaduto perché l’intervento non è stato nulla più una riproposizione, quasi letterale, di quanto già dichiarato in merito ai sospetti sull’operato del vertice della Giustizia. “Il ministro Alfonso Bonafede, dicendomi che per l’incarico alla Direzione Affari penali non c’erano dinieghi o mancati gradimenti mi fece intendere che per la soluzione di capo del Dap aveva ricevuto prospettazioni di diniego o di mancato gradimento” è tornato a dire il consigliere per poi aggiungere sibillino: “A cosa si riferisse non é compito mio, lo potrebbe dire solo il ministro”.

FATTI GIÀ NOTI. Senza sussulti il magistrato ha ripercorso i fatti avvenuti a partire dal 18 giugno quando il guardasigilli lo contattò per “dirmi che voleva farmi delle proposte, che aveva pensato a me o alla guida del Dap, o alla Direzione degli affari penali”. Una scelta resa ancor più allettante perché “mi propose o generale da subito, con la nomina al Dap, o un ruolo eventuale e futuro da capitano se avesse convinto la dottoressa Donati, che era stata nominata dall’ex ministro Orlando agli Affari penali, a lasciare quel ruolo”. Incarichi prestigiosi per i quali “chiesi al ministro 48 ore di tempo, ma lui mi disse che voleva una risposta più veloce per inoltrare subito al Csm la richiesta di collocamento fuori ruolo”.

Lusingato “dissi che sarei andato il giorno dopo al ministero per dargli una risposta” mentre, ricorda ancora Di Matteo, “più volte durante la telefonata Bonafede mi disse scelga lei”. Si arriva così al nuovo appuntamento in cui il pm intende “comunicare l’accettazione dell’incarico” ma le carte sono cambiate e “il ministro, con mia certa sorpresa, iniziò a dire che quello al Dap era sì un incarico importante, ma che vedeva a suo dire prevalere aspetti che non vedeva confacenti alla mia pregressa esperienza, alle mie attitudini, e insisteva per gli Affari penali”. In altre parole “il Dap non era più disponibile” perché aveva scelto un altro candidato. Ma l’incarico rimasto, quello agli Affari penali, non interessa al magistrato che decide di chiamarsi fuori.

LA CIRCOLARE. A ben vedere l’unica novità è quanto il consigliere ha dichiarato in merito alla circolare del 21 marzo, sospesa ieri dai nuovi vertici del Dap, finita al centro delle polemiche perché avrebbe favorito scarcerazioni illustri. “Quando vidi la circolare saltai in aria” ha spiegato il magistrato tanto da aver pensato “ad un errore” per via della “mancata distinzione tra condannati per reati gravi e meno gravi”. Questo perché “se l’esigenza è quella di alleggerire le carceri, perché non si facevano uscire i detenuti per reati minori?”. Insomma un pastrocchio perché le scarcerazioni, a suo dire, “sono state un segnale devastante dal punto di vista simbolico, e che purtroppo, dal punto di vista mafioso, vengono lette come cedimento” dello Stato, che “se fossi stato a capo del Dap, come minimo avrei avvertito il ministro e immediatamente revocato la circolare”.