Non solo via mare. Così la polizia francese vìola la normativa sul diritto d’asilo a Ventimiglia: il dramma dei minori stranieri non accompagnati

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La polemica sulla gestione dei migranti è stata la causa di una (brevissima) crisi diplomatica tra Italia e Francia. Le durissime parole di Macron avevano provocato la piccata reazione di Roma, con tanto di convocazione dell’ambasciatore francese. Una telefonata tra il presidente francese e il premier italiano Conte aveva sbloccato la situazione, tanto che il tema dei migranti è al centro dell’incontro tra i due.

Ma non è la prima volta che i due governi si scontrano sul tema. Tre anni fa, per esempio, nel 2015 la Francia con una decisione improvvisa e unilaterale, ripristinò i controlli al confine con l’Italia per bloccare il passaggio dei migranti decisi a raggiungere altri paesi europei. Da allora, Ventimiglia, la cittadina ligure che si trova a pochissimi chilometri dal confine, è luogo di permanenza e di transito di tutti quei migranti che non vogliono fermarsi in Italia (anche se questo prevedrebbero le leggi europee) e cercano di raggiungere altri paesi dell’Unione: Francia, ma anche Germania, Svezia e Inghilterra. Dove sanno di trovare parenti che li aspettano, reti di connazionali che possono sostenerli, o semplicemente condizioni socio-economiche tali da garantire maggiori opportunità di lavoro e di effettiva integrazione. La maggior parte dei migranti presenti in città, denuncia un rapporto dell’associazione Oxfam Italia,  “proviene dal Sudan e dall’Eritrea, paesi martoriati da sanguinosi conflitti interni e brutali dittature”.

Solo alcuni accettano di recarsi presso il Campo prefettizio, che comunque non avrebbe capienza sufficiente per tutti: la lontananza dal centro cittadino, la presenza massiccia di polizia all’ingresso e la necessità di rilasciare le impronte digitali fungono da fattori deterrenti. Molti, in questi anni, hanno preferito accamparsi sul greto del fiume Roja, sotto un cavalcavia, per restare nei pressi della stazione ferroviaria e poter più facilmente entrare in contatto con chi poteva aiutarli ad attraversare il confine. , accampati sul greto del fiume abbiamo incontrato decine di ragazzini minorenni, soli, sfuggiti alle torture dei libici di cui spesso portano segni evidenti. A Ventimiglia è infatti molto significativo il numero dei minori non accompagnati, ormai il 25% di tutti i migranti in transito dalla cittadina ligure.

Proprio la situazione dei minori non accompagnati è quella che desta maggiore preoccupazione. Spesso in fuga dalle comunità di accoglienza in cui erano stati inseriti in Italia, dove non ricevevano servizi adeguati alla loro età e alla loro condizione di maggiore vulnerabilità, subiscono intollerabili abusi dalla polizia francese quando tentano di attraversare il confine. “I poliziotti francesi infieriscono…è anche questo che è inaccettabile…oltre a respingerli illegalmente, senza metter in atto nessuna delle garanzie pur previste dalla legge, li scherniscono, li maltrattano…a molti hanno tagliato la suola delle scarpe, prima di rimandarli in Italia” racconta Chiara Romagno, responsabile per Oxfam del programma OpenEurope a Ventimiglia. Agli abusi fisici e verbali si aggiungono infatti i sistematici respingimenti verso l’Italia e continui episodi di detenzione arbitraria, in totale violazione della normativa francese e comunitaria. “Ho provato stamattina a passare. Eravamo in due, ci hanno fatto scendere dal treno strattonandoci e urlando, poi ci hanno spinti in un furgone nel parcheggio della stazione. Ci hanno dato un foglio (refus d’entrée, NdA) dentro al furgone e ci hanno rimessi su un treno che tornava in Italia, senza spiegarci nulla” dice T., 15 anni, proveniente dal Darfur (Sudan).

A Ventimiglia, nessuna presa in carico è organizzata per i ragazzi respinti: scesi dal treno, completamente abbandonati a loro stessi, non possono fare altro che aspettare la prossima occasione per passare il confine. Il tribunale amministrativo di Nizza ha già riconosciuto, in venti casi, le violazioni delle garanzie previste dalla normativa e l’illegittimità della condotta delle autorità di frontiera. Ma molto lavoro resta ancora da fare.