Notte fonda sulle riforme. Il Pnrr rischia già lo stallo. Palazzo Chigi deve varare sei decreti. In arrivo la carica dei tecnici da reclutare via Linkedin

Brunetta Draghi
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Sono attese a stretto giro le norme sul reclutamento dei tecnici che dovranno coadiuvare la Pubblica amministrazione per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Un esercito di cui non è ancora possibile quantificare le dimensioni se non per i numeri in chiaro indicati nel Pnrr: 300 per la rendicontazione finanziaria dei progetti a supporto del Mef, 1000 come esperti a disposizione delle Regioni per il sostegno nella gestione e semplificazione delle procedure complesse e circa 16mila quelli della Giustizia per l’Ufficio del processo.

Il resto non è misurabile, dipenderà dai fabbisogni in relazione ai progetti Pnrr. Ma le procedure di selezione, assicura il ministro della Pa Renato Brunetta, saranno veloci. Per agganciare i profili richiesti dovrebbe esserci un confronto tra i curriculum su una grande piattaforma online. Le amministrazioni sceglieranno la persona più adatta a seguire il singolo progetto non attraverso le lungaggini di un concorso classico (sebbene si prevedano alcune prove per i prescelti), ma leggendo i curricula su un portale speciale, una sorta di “Linkedin italiano”, e impegnandosi con un contratto di tre anni più due (per coprire l’arco temporale da qui al 2026).

Il nuovo sistema sfrutterà anche “meccanismi di intelligenza artificiale su piattaforme fornite proprio dagli ordini professionali” con cui è stato chiuso un “accordo quadro”. E chi avrà bisogno di specifiche figure professionali – nelle schede del Pnrr si parla di ingegneri, architetti, statistici ma anche di data scientist, manager dell’energia e “UX Designer”, ovvero creatori di app e siti web che rispondano ai reali bisogni degli utenti – potrà sceglierle direttamente dal portale, “con tempi immediati” e, assicura Brunetta, “remunerazioni all’altezza della specializzazione”.

Dall’archivio: Veti dei partiti sul Pnrr. Al palo le riforme chieste dall’Ue. Entro maggio il Governo deve varare sei decreti. Mentre dalla Giustizia al Fisco la Lega frena su tutto.

Ma c’è un però. La Repubblica scrive che la Ragioneria dello Stato gela la corsa al reclutamento straordinario. E lo fa in un parere dato al ministero dell’Istruzione in cui i guardiani dei conti pubblici bocciano tutto l’impianto delle nuove assunzioni, dalle procedure adottate alla modalità contrattuale, a tempo determinato. Una bocciatura che è limitata, ovviamente, ai 250 tecnici richiesti dal Miur, ma che parte da presupposti che riguardano tutte le assunzioni legate al Pnrr. Che potrebbe cioè fare scuola. Il Miur prevede 250 assunzioni con contratto triennale a tempo determinato.

La Ragioneria obietta che la relazione tecnica è inadeguata rispetto all’impatto finanziario, ma poi allarga il ragionamento: poiché “la tematica del rafforzamento delle strutture ministeriali per l’attuazione del Pnrr riveste carattere trasversale e interessa una pluralità di amministrazioni centrali”, e “stanno pervenendo una serie di proposte analoghe”, perché sono molti i ministeri che dovranno assumere i tecnici per il Recovery plan, non va bene che ognuno segua i propri criteri e le proprie procedure.

E ancora: “Le 250 assunzioni con contratto a tempo determinato di durata triennale richiedono un’attenta ponderazione tenuto conto che tale previsione è suscettibile di determinare nuovo precariato nella pubblica amministrazione”. A meno che questo non significhi aprire la strada alla stabilizzazione dei 250 dirigenti, “con conseguenti nuovi oneri di natura strutturale e permanente a carico della finanza pubblica”. Ma tale parere, a quanto ci risulta, non spaventa Brunetta. Tutti i reclutamenti rapidi e comunque con procedura comparativa, di cui parla il ministro a proposito del Pnrr, saranno in regola con quanto previsto dalla Commissione Ue. Ossia legati ai progetti, anche come durata, e subordinati al raggiungimento degli obiettivi fissati.

Palazzo Chigi deve varare entro il mese sei decreti. Dal Fisco alla Giustizia, tra i partiti non c’è aria di intesa

Il governo Draghi ha trasmesso il Piano nazionale di ripresa e resilienza a Bruxelles. Ma certamente questo non basta per aver completato l’opera e, tantomeno, per avere i fondi. Servono norme, leggi, regolamenti a tutti i livelli e riforme. Soprattutto le riforme promesse: devono essere fatte e velocemente. Altrimenti “il trasferimento delle previste risorse del programma Next Generation Eu” potrebbe non esserci. La quota che può essere anticipata all’Italia in estate, sul totale delle risorse previste dal Recovery plan tra prestiti e aiuti a fondo perduto, ammonta a circa 25 miliardi.

Nelle schede progetto che l’Italia ha trasmesso prima a Bruxelles e ora anche al Parlamento, il Pnrr da 269 pagine si allarga in un maxi documento da 2.487 pagine: si va dal racconto di come si intendono utilizzare nei prossimi 5 anni i 191,5 miliardi europei alle schede con i dettagli dei singoli progetti, insieme a uno stringente cronoprogramma che dovrà portare a chiudere l’intero Piano, con la realizzazione di tutte le riforme e gli investimenti, entro agosto del 2026. Ma requisito essenziale è appunto fare in fretta perché i tempi sono stretti anzi strettissimi per il governo per realizzare le riforme indicate (in tutto 48). In pole position ci sono quelle indispensabili per il funzionamento dello stesso Piano. A partire dal decreto Semplificazioni (quello che viene considerato “il vero decreto Recovery”) e da quello chiamato a definire la governance del Pnrr.

Per il primo la data fissata inizialmente il 20 maggio è già slittata e l’ok si attende in questi giorni. Idem per il secondo. Ma ritardi rischiano di accumularsi anche sugli altri provvedimenti in agenda. Entro questo mese in tutto, come ha sintetizzato in una tabella Il Sole 24 ore, ci sono ben sei decreti da approvare: il dl di semplificazioni delle norme sul reclutamento personale della Pa; il provvedimento normativo su cabina di regia di attuazione del piano (attuazione e monitoraggio); il dl semplificazioni e riduzione oneri burocratici in connessione all’avvio del Pnrr; il dl con misure urgenti di semplificazione dei contratti pubblici; il dl con misure urgenti di semplificazione in materia ambientale e, infine, il decreto legge in materia di edilizia, urbanistica e rigenerazione urbana.

Entro luglio sono poi previste la presentazione della legge annuale sulla concorrenza e la legge delega di riforma fiscale. Ed entro l’anno, per quanto riguarda il dossier giustizia, ci sono da approvare altre quattro leggi delega: riforma del processo civile, riforma del processo penale, riforma dell’ordinamento giudiziario (Csm) e riforma della giustizia tributaria. E si potrebbe continuare. L’elenco delle buone intenzioni – da qui al 2026 – è dettagliatissimo. Ma il problema, ovviamente, non sta nel calendario che già di per sé incute timore per ampiezza e peso specifico di ciascun provvedimento ma nella debolezza e nella litigiosità dello schieramento politico che sostiene “il governo dei migliori” e che dovrebbe garantire invece l’approvazione delle riforme nei tempi stabiliti.

La Lega per esempio ha detto “che non sarà questa maggioranza a fare la riforma della giustizia e del fisco”. Non a caso lo stesso Capo dello Stato continua a mandare messaggi alle forze politiche e a tutti gli attori in campo perché depongano le armi. “La collaborazione nel Paese è indispensabile per definire e attuare i programmi del Pnrr. La loro tempestiva attuazione ha bisogno del concorso e dell’energia di tutte le forze del Paese. La collaborazione deve essere avvertita per ogni decisione”, ha dichiarato martedì da Cremona Sergio Mattarella. E sulla necessità di realizzare le riforme promesse dall’Italia e suggerite dall’Europa batte pure l’esecutivo comunitario.

Sulle riforme italiane “dialogo ne abbiamo avuto per settimane ed è giusto che sia così”, ma deve essere “chiaro” che “le riforme non sono una gentile concessione all’Ue, non è che facciamo la riforma per rendere efficace la Pubblica amministrazione, o rendere più rapida la giustizia perché ce lo chiede Bruxelles, ma perché ce lo chiede l’Italia”, ha detto il commissario Ue all’Economia, Paolo Gentiloni. Che ha spiegato che con i governi, che hanno preparato da soli i piani con obiettivi e tempi degli interventi, “c’è un dialogo costante” per assicurare che siano rispettate le regole. Adesso “ci sarà una valutazione” dei piani di rilancio, “ma una volta messo nero su bianco obiettivi e tempi bisogna rispettarli”. Toccherà a Mario Draghi mettere d’accordo la sua maggioranza extra-large che finora non ha brillato per coesione.