Nuovo colpo a Cosa Nostra. Ventitré arresti tra Agrigento, Palermo e Trapani. C’è anche il mandante dell’omicidio del giudice Livatino. Aveva riorganizzato la “Stidda”

Rosario Livatino
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C’è anche Antonio Gallea, ritenuto il mandante dell’omicidio del giudice Rosario Livatino (nella foto), avvenuto il 21 settembre del 1990, tra i 23 fermi compiuti questa mattina in Sicilia nell’ambito nell’operazione antimafia “Xydi” condotta dal Ros dei Carabinieri tra Agrigento, Palermo e Trapani. Gallea, che dopo 25 anni in carcere aveva ottenuto nel 2015 la semilibertà, ma dagli inquirenti della Dda di Palermo è considerato tra i boss a capo della “Stidda” agrigentina assieme a Santo Gioacchno Rinallo.

“Oltre al generalizzato controllo della criminalità comune – scrivono i carabinieri del Ros -, estremamente significative sono le infiltrazioni di cosa nostra e della stidda nelle attività economiche. Al riguardo, grande rilievo assume il controllo e lo sfruttamento del lucrosissimo settore commerciale delle transazioni per la vendita di uva e di altri prodotti ortofrutticoli della provincia di Agrigento che, oltre a garantire rilevantissime entrate nelle casse delle organizzazioni, permetteva loro di consolidare il già rilevante controllo del territorio”.

I 23 indagati sono ritenuti, a vario titolo, responsabili di associazione di tipo mafioso (Cosa nostra e Stidda), concorso esterno in associazione mafiosa, favoreggiamento personale, tentata estorsione ed altri reati aggravati, poiché commessi al fine di agevolare le attività delle associazioni mafiose indagate. Nell’operazione, denominata “Xydi”, un “ruolo di rilievo” lo avrebbe ricoperto l’avvocato Angela Porcello che, in qualità di difensore di numerosi affiliati della Stidda, “ha messo a disposizione il proprio studio legale per l’esecuzione di summit mafiosi, ritenendolo luogo non soggetto ad investigazioni”.

Presso lo studio di Canicattì dell’avvocatessa, infatti, secondo la Dda, si sono svolti incontri che hanno riguardato esponenti mafia di primo piano quali Luigi Boncori (capo della famiglia mafiosa di Ravanusa), Giuseppe Sicilia (capo della famiglia di Favara), Giovanni Lauria (capo della famiglia mafiosa di Licata), Simone Castello (uomo d’onore di Villabate, già fedelissimo di Bernardo Provenzano) e Antonino Chiazza (esponente di vertice della rinata stidda).

Le indagini, avviate nel 2018, si sono sviluppate nella parte centro orientale della provincia di Agrigento dove risulta attivo il mandamento mafioso di Canicattì che costituisce tuttora l’epicentro del potere mafioso dell’ergastolano campobellese Giuseppe Falsone, tra i destinatari del provvedimento odierno in quanto risultato a capo della provincia mafiosa di Agrigento.

Accertato inoltre come Falsone, sottoposto al 41 bis, “oltre a riuscire a interagire con altri uomini d’onore (diversi da quelli con cui svolge i previsti periodi di socialità) a loro volta sottoposti al medesimo regime detentivo”, servendosi dell’avvocato Porcello “ha veicolato e ricevuto informazioni, mantenendo cosi’ la direzione operativa della provincia mafiosa di Agrigento”.  Tra gli esponenti di spicco coinvolti ci sono Calogero Di Caro, capo del mandamento, e Giancarlo Buggea, rappresentante di Falsone e organizzatore del mandamento.

In tale quadro, è stato pure sventato un omicidio organizzato dagli esponenti della stidda ai danni di un mediatore e un imprenditore che non avevano corrisposto – a titolo estorsivo – parte dei guadagni realizzati con le loro attività. Nell’indagine, ricostruiti “i qualificati rapporti” tra i rappresentanti del mandamento di Canicattì con esponenti di altre omologhe strutture delle province di Agrigento, Trapani, Catania e Palermo.

Vengono inoltre ritenuti “particolarmente rilevanti” i contatti con esponenti della famiglia Gambino di cosa nostra newyorkese “interessata ad avviare articolate attività di riciclaggio di denaro con cosa nostra siciliana”. “La particolare ampiezza dell’azione investigativa ha cristallizzato, inoltre, la perdurante posizione apicale, nell’ambito di cosa nostra, di Matteo Messina Denaro che, punto di riferimento decisionale dell’organizzazione, ha continuato a impartire direttive sugli affari illeciti più rilevanti gestiti dal sodalizio nella provincia di Trapani ed in altri luoghi della Sicilia”, evidenziano infine gli inquirenti.