La Sveglia

Occhi su Gaza, diario di bordo #117

A Gaza la guerra ha smesso di chiedere attenzione. È questo il salto compiuto nelle ultime ore. I colpi continuano, i morti arrivano a piccoli gruppi, abbastanza radi da non fare titolo, abbastanza regolari da costruire una normalità. A Khan Younis tre palestinesi uccisi in episodi separati, un quindicenne e un pescatore. Non “raid”, non “offensiva”: episodi. La tregua funziona così, non ferma la violenza, la spezzetta fino a renderla digeribile.

Il mare è il luogo perfetto per questo nuovo equilibrio. Non è città, non è confine, non è campo profughi. È una zona grigia dove tutto può accadere senza dover essere spiegato troppo. I video che circolano vanno trattati con cautela, perché la propaganda vive anche di immagini. Ma il contesto è solido: a Gaza la sopravvivenza viene spinta sempre un passo più in là, fino a sembrare una colpa.

Il vero scatto politico arriva però altrove, nei palazzi. Israele ha revocato le licenze a decine di organizzazioni umanitarie. Dal primo marzo, senza registrazione, niente aiuti. Non è un atto militare, è una procedura. E proprio per questo è più pericolosa. Quando l’assedio diventa amministrazione, smette di sembrare guerra e diventa gestione. Non chiede consenso, chiede solo silenzio.

Intanto la diplomazia internazionale lavora con metodo su altri tavoli. A Parigi si discute di Israele e Siria, di confini e stabilità regionale, con mediazione statunitense. Gaza resta fuori, non perché sia irrisolvibile, ma perché è già stata archiviata. Non come problema, come metodo.

È qui che la partita è già stata vinta. La forza ha imposto il suo linguaggio e l’Occidente lo ha accettato. I diritti diventano selettivi, le emergenze stagionali, le vittime numeri da diluire nel tempo. Gaza non è più una ferita aperta. È un precedente. E i precedenti, quando passano, non tornano indietro.