Occhio alla fine di Varoufakis. Renzi avverte i frondisti. Se si va al voto divisi, Bersani & co. rischiano l’estinzione

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Non è solo una concordanza di stile, anzi di styling per essere precisi, visto che entrambi giocano sulla  camicia bianca  come grimaldello sociale,  moderna divisa atemporale della sinistra ma non troppo . Fra i due, Matteo Renzi e Alexis Tsipras , c’è anche perfetta sintonia strategica, quasi l’uno fosse speculare all’altro. A tratti,  anche se brevi e limitati, certe uscite pubbliche sembrano il frutto della sovrapposizione discorsi e idee con la carta carbone  nel mezzo.  “Le scissioni funzionano molto come minaccia, un po’ meno nel passaggio elettorale. Chi di scissioni ferisce, di scissioni perisce”, dice il capo del governo nell’intervento alla  direzione del  Pd,  alludendo all’esito elettorale del movimento di Varoufakis alle elezioni greche. Solo che L’Italia di Matteo non è la Grecia di Alexis, è l’Ala di Denis Verdini non è la destra di Anel. Però la logica presenta molti punti di contatto.  Fuor di metafora è del tutto evidente che il premier di casa nostra sta usando la partita delle Riforme per regolare definitivamente i conti con la minoranza Dem. E lo fa nella consapevolezza che il momento della scelta finale è ora, non domani. E come Alexis anche Matteo  usa lo spettro delle urne, consapevole del fatto di essere l’unico a non averne paura. Una poltrona vale più di un idea, e l’ideologia non paga quanto l’idea del posto. Se tutto ciò non spiega tutto, certamente giustifica una parte di questa sceneggiata. Di questa corsa verso l’abisso di un Senato tanto inutile quanto complicato.  Al punto in cui siamo parlare di una balcanizzazione del dibattito interno alla sinistra non è affatto eccessivo. Per la semplice ragione che Renzi vuole portare a casa i voti della minoranza dem sul Senato in nome e per conto di una presunta unità del partito, che non c’è e non tornerà mai più, quanto per non dover chiedere definitivamente aiuto a Denis Verdini e a tutti gli altri fuoriusciti da Forza Italia. Per non parlare degli alfaniani, visto che un minuto dopo il voto sono pronti a mettere all’incasso le tante, troppe, cambiali firmate in questi mesi. La resa al soccorso azzurro-stinto  e al Nuovo Centrodestra, per una sola riforma, è considerato da Renzi un prezzo troppo alto da pagare e, soprattutto, eccessivamente penalizzante sotto il profilo elettorale.  Meglio il metodo Tsipras che il vecchio modulo all’italiana del catenaccio. Tanto che anche il Re della comunicazione commette un errore da matita rossa. “Il presidente del Senato ha lasciato intendere che potrebbe aprire alla modifica di una norma già approvata con doppia conforme. Se così fosse sarebbe opportuno fare una riunione congiunta Camera-Senato, perché si tratterebbe di un fatto con caratteristiche dell’inedito. Già c’è il bicameralismo paritario, se poi non basta neanche quello”, dice Renzi. Peccato che esista ancora una Costituzione forte in Italia.  Poco dopo, con estrema frenesia, precisa: “A fronte di un’eventuale e inedita scelta di Grasso di aprire alle modifiche su punti delle riforme votati in doppia conforme, il Pd si riunirebbe Camera e Senato con la segreteria per decidere cosa fare”. Prendendo la parola nuovamente alla Direzione Pd, il premier spiega: “Leggo che ad esempio Vendola dice che abbiamo minacciato Grasso nell’intervento. Ma non ho il potere di convocare le Camere. Se il presidente del Senato apre sulla doppia conforme è ovvio che dobbiamo fare una riunione dei gruppi del Pd di Camera e Senato per ragionare di cosa fare”. Ecco su questo Matteo non è uguale a Alexis…