Operazione San Gennaro. Sgarbi: tesoro riscoperto Ma solo grazie ai privati

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Lidia Lombardi

Vittorio Sgarbi solleva gli occhiali sulla fronte per vedere meglio da vicino. Nella vetrina l’oro cesellato rinserra il reliquiario più carismatico di San Gennaro: quello del Sangue. Risale al XIV secolo, il periodo nel quale cominciò la raccolta degli ex voto tempestati di gemme, ed è stato arricchito di pietre preziose fino al Settecento. Dietro, scorre il video con le immagini del miracolo che due volte l’anno sancisce se a Napoli sta per arrivare buona o mala sorte. Ecco l’arcivescovo che muove ieratico le ampolle, ecco il popolo che prega, piange, impreca se il patrono ci mette troppo a rispondere.
Professor Sgarbi, ci voleva una mostra così?
“Ci voleva eccome. Perché mostra cose che non si vedono. Altro che i pittori e gli scultori pur eccelsi che occupano un anno sì e l’altro pure la scena. Questa è davvero monstrum a tutti gli effetti”.
E’ tanto difficile allestire esposizioni davvero eccezionali?
“È difficile se non si coglie l’occasione al volo, se ci si adagia sul déjà vu, se non si è capaci dell’intuizione giusta”.
Si spieghi meglio.
“Emmanuele Emanuele, il presidente della Fondazione Roma che ha voluto fortemente portare nella Capitale il Tesoro di San Gennaro, compie da privato quello che avrebbe dovuto fare lo Stato italiano”.
Che cosa non ha fatto lo Stato?
“Quando io ero al Governo, sottosegretario ai Beni Culturali con il ministro Urbani, volevo portare in tour questi oggetti mai usciti dall’ombra del Vesuvio. Ci si trovava peraltro in una condizione particolare. Una volta tanto l’emigrazione temporanea delle opere dal loro museo non veniva osteggiata da gelosissimi sovrintendenti. Al niet che essi generalmente oppongono, in una psicosi conservativa che non dà frutti e non porta introiti utili altrimenti a restauri di opere d’arte o a migliorare il funzionamento dei musei, si contrapponeva invece il sì al prestito da parte dei responsabili del Museo del Tesoro di San Gennaro”.
Perché non se ne fece niente?
“Per le lungaggini burocratiche che rendono lo Stato una macchina faticosa e non mi diedero il tempo di attuare il progetto. E perché dopo appena un anno Berlusconi mi cacciò dal Collegio Romano. Con la mostra allora mancata lo Stato perse due occasioni.”.
Quali?
“Da una parte il guadagno in termini di pubblicità, indotto e bigliettazione che una rassegna così avrebbe fruttato a tutte le sedi pubbliche che l’avessero ospitata. Dall’altra il vantaggio che portare in giro per il mondo tanta magnificenza avrebbe procurato all’immagine-Italia. Rendere visibili al grande pubblico questi capolavori avrebbe rilanciato il carisma della nostra cultura, del nostro passato, dei nostri sovrani e di quello che hanno significato nel realizzare un patrimonio d’arte e sapienza tipico del Bel Paese. Questa mostra proclama la forza dell’Italia. Pensate a che effetto dirompente, a quale seguito di visitatori andrebbe incontro se esportata negli Usa, nell’Argentina di Papa Francesco, nel Brasile, o nella stessa Russia, che potrebbe paragonarla ai tesori degli Zar”.
Ma sulla mostra che non è riuscito a fare. Le sarebbero venuti intoppi perché le opere da esporre fanno parte di un patrimonio privato?
“Il punto non è questo. Lo Stato deve avere coscienza del bene culturale, ne deve essere il conservatore e il propagatore in termini di conoscenza internazionale. Se non lo fa, tradisce una sua funzione essenziale che dovrebbe prevaricare lo steccato pubblico-privato. Una lezione per i governanti. Infatti, si dà il caso che il miglior museo sia il Guggenheim, che però è americano e oltre tutto privato”.
Ma, oltre alla vocazione per la valorizzazione ci vuole l’intuito.
“Quello che ha avuto il professor Emanuele. Vede, il Tesoro di San Gennaro per Napoli ha ineguagliabile valore religioso e morale ma è poco visitato perché chi è nato sul Golfo lo conosce quasi geneticamente. Invece, portarlo fuori significa farlo fruttare e ricavare così anche le risorse per la Fondazione che Emanuele presiede. In un circolo virtuoso che è a vantaggio del privato e insieme della comunità. Certo, ripeto, l’operazione della Fondazione Roma è stata favorita dalla natura privata dei due enti, la Fondazione stessa e il Museo di San Gennaro. Ma poteva farla il Mibac, dieci anni fa”.
Che cosa l’ha impressionata di più tra gli oggetti esposti?
“Le grandi sculture in argento di Vaccaro o di Sanmartino. Uniscono alla preziosità della materia il valore artistico e non hanno nulla da invidiare alle opere in marmo o bronzo. Sfatano l’idea che l’oreficeria sia arte applicata. E danno al Tesoro di San Gennaro un’importanza doppia. Non è come quelli di Topkapi o di Tutankhamon, che richiamano visitatori per profusione di oro e argento. No, è inestimabile anche perché lo hanno forgiato eccelsi artisti”.