Ora la Boschi non ride più

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Di Lapo Mazzei

Forse non sarà un fatto epocale, tipo il gelido passaggio di consegne fra Enrico Letta e Matteo Renzi, di sicuro però il volto tirato del ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, che per un giorno ha messo da parte il sorriso d’ordinanza e la faccia rassicurante da zia premurosa, è un segnale forte. Anche i Renzi boys, and girls, hanno un’anima. Certo, la risentita replica sfoderata al Senato dall’esponente dell’esecutivo durante l’avvio del dibattito sulle riforme costituzionali, in parte è stata provocata, cercata, quasi voluta dalle opposizioni. Che stanno tentando di costruire un muro fra la riforma voluta da Renzi e quella tratteggiata da chi si oppone al Senato di nominati. Ma in quel volto tirato, in quel puntare il dito contro coloro che accusano il governo di “svolta autoritaria” c’è tutto il malessere, se non proprio il fastidio, di chi vorrebbe tutto e subito, senza interferenze. Bollare come “bugie”, per giunta durante l’intervento al Senato, le affermazioni fatte da molti esponenti di vari schieramenti è un fatto tutt’altro che neutro. È un atto di belligeranza politica. Insomma, quando il presidente dei senatori azzurri – mesi fa per la cronaca – Paolo Romani affermò che la riforma del Senato si sarebbe trasformata in “una Cambogia” per il governo, non aveva sbagliato. Aveva solo anticipato, forse con una metafora un po’ eccessiva, quello che sta avvenendo. Il governo Renzi, per la prima volta dalla presa di Palazzo Chigi, si ritrova a fare i conti con la guerriglia parlamentare, che non è un atto fuori dalle regole, ma è il sale della democrazia. Sarà il caso che i Renzi Boys inizino a prendere confidenza con la materia.

Una giornata lenta
La cronaca della giornata racconta di un avvio senza votazioni, ampiamente previsto. Il primo passo “operativo” delle riforme istituzionali in Aula al Senato è abbastanza lento, “slow” e non rock come avrebbe voluto il premier. Salvo cambiamenti dell’ultimo minuto (i lavori d’Aula ieri sera sono andati avanti sino alle 22) l’esame di ieri si è concentrato sull’illustrazione degli emendamenti (7.800). Dunque tutto slitta. Non solo. Sul calendario dell’aula incombono due decreti da approvare con urgenza (Competitività e Cultura), più quelli in arrivo dalla Camera. Nel tardo pomeriggio di ieri Romani, alla buvette del Senato, ammette sconsolato: “Se continuiamo così, non ce la facciamo nemmeno se votassimo fino a venerdì”. E non è servita nemmeno la faccia irata sfoggiata dalla a dare una sferzata a palazzo Madama. Il ministro cita Fanfani e Pratolini, si becca pure un po’ di mugugni e un accenno di contestazioni dai banchi del M5s e di Sel quando scandisce: “parlare di svolta autoritaria o illiberale è una allucinazione, è una bugia”. Alla fine, però, è chi aveva in mente di fare le pulci al provvedimento del governo ad avere la meglio nel primo giorno di questa ennesima “settimana decisiva” per le riforme. A rendere in clima ancor più incandescente ci pensano Movimento 5 Stelle, Sel e Lega.

Renzi alle prese con i dissidenti
E così, di ritorno dalla missione in Africa, Matteo Renzi si ritrova con il fronte delle riforme sempre più frammentato. L’ostruzionismo messo in atto da opposizioni e dissidenti della maggioranza non è da sottovalutare: difficile spazzarlo via con i soli strumenti parlamentari, anche perché la Lega è ancora in bilico e invece per il governo sarebbe importante attrarla nell’orbita della maggioranza istituzionale che si regge sul Patto del Nazareno. Come dice la Boschi la riforma del Senato e del titolo V della Costituzione è la madre di tutte le battaglie e l’accusa mossa al premier di volere una svolta autoritaria “è una bugia e un’allucinazione”. Tuttavia proprio il fatto che il governo leghi “ineludibilmente” il suo cammino al processo riformistico, come fa sapere il ministro delle Riforme, spiega l’accanimento con cui gli avversari bombardano le postazioni di maggioranza: c’è sempre la speranza di un “incidente”, di qualche scivolone utile a dimostrare che anche nel Pd e nelle fila berlusconiane si annida il dissenso politico.

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