Paghiamo ancora per la cassa del Mezzogiorno

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di Clemente Pistilli

A far decollare il Sud ci ha provato Cavour e poi ci hanno provato i padri della Repubblica, a partire da Alcide De Gasperi. Per arrivare a un’Italia unita anche dal punto di vista economico, sanare l’enorme divario tra il Nord industriale e il Meridiano depresso, sono state spese energie e soldi. In mezzo secolo solo la Cassa per il mezzogiorno ha fatto piovere sulle regioni meridionali ben 140 milioni di euro. Tutto inutile. Da Roma in giù poco è cambiato. Ma nonostante tutto l’organismo fondato per studiare la questione meridionale, promuovere uno spirito di solidarietà nazionale e promuovere un programma di azione per far decollare l’industria in quelle terre resiste ancora e continua a costare tanto allo Stato. All’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezziogiorno, la Svimez, 68 anni non sono stati ancora sufficienti a farsi un’idea chiara su quel che andrebbe fatto nell’Italia del Sud e va avanti, perdendo centinaia di migliaia di euro ogni anno.

Il progetto
La Svimez venne fondata a Roma, nel 1946 e quel pensatoio portò alla creazione, quattro anni dopo, della Cassa per il mezzogiorno. I risultati di quest’ultima, nonostante il considerevole flusso di denaro pubblico che l’ha alimentata, sono stati deludenti. La realtà delle regioni meridionali è sotto gli occhi di tutti. Ma se la Cassa ha chiuso a restare in vita è stata l’Associazione per lo sviluppo del meridione, che continua a sfornare rapporti e ricerche sull’economia nelle aree depresse del Paese. Del resto, già nello Statuto, è stato previsto che andasse avanti fino al 2050, con possibilità anche di proroghe. Un organismo presieduto da Adriano Giannola, prof di economia all’università Federico II di Napoli, e con direttore generale Riccardo Padovani, una carriera tutta all’interno della Svimez. Tra i soci ordinari dell’associazione compaiono poi, tra gli altri, l’Ance di Roma, la Cgil e l’Abi, e tra i sostenitori Bankitalia e le Regioni Basilicata, Calabria, Molise, Puglia, Sicilia e Campania. I soci contribuiscono però soltanto con 133 mila euro l’anno alla Svimez, che allo Stato costa invece un milione e mezzo.

L’indagine
La Corte dei Conti ha appena ultimato il controllo sulla gestione finanziaria dell’associazione per quanto riguarda l’attività 2012. Un’analisi che ha fatto emergere perdite per oltre 520 mila euro, il 17,6% in più del 2011, dove già il bilancio si era chiuso con un pesante segno meno. Il patrimonio è così diminuito da 1,2 milioni a 713 mila euro. “L’ennesimo segnale di un progressivo deterioramento patrimoniale”, hanno evidenziato i magistrati nel rapporto consegnato ai presidenti delle Camere.

La bacchettata
La Corte dei Conti ha invitato la Svimez a correggere rotta, partendo da un ulteriore taglio delle consulenze e da una razionalizzazione delle risorse umane. Il direttore generale costa alla Sviluppo Mezzogiorno 139.500 euro l’anno. Le spese generali sono di 2,5 milioni e i contributi, fatta eccezione per quello statale, appunto miseri. La Banca d’Italia, ad esempio, uno dei soci sostenitori, impegna in tale organismo solo 10.300 euro l’anno. Tante spese con il Sud che continua a sprofondare

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