Palazzo Chigi non è il confessionale del Grande Fratello. Nelle istituzioni la forma è sostanza. La comunicazione non fa eccezione

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Neanche nel più atroce dei romanzi distopici si sarebbe arrivati a tanto: il provvedimento più drammaticamente impattante sulle libertà individuali ed economiche è stato annunciato su Facebook, non alle Camere, non alla tv di Stato, non in una conferenza stampa dove almeno qualche domanda si sarebbe potuta fare. Una modalità comunicativa non solo assolutamente inusuale – la forma è sostanza, stiamo parlando della comunicazione di Palazzo Chigi, il centro nevralgico dello stato dove si esercita il potere esecutivo, non delle dirette social dalle spiagge di leader politici in cerca di facili consensi – ma anche totalmente sbagliata.

Nei modi, nei tempi, nel mezzo utilizzato e nella liturgia stessa, ci sono degli step istituzionali imprescindibili cui non si può e non si deve derogare. Specie in una situazione di emergenza come questa: un governo che decide di bloccare la gran parte delle attività produttive del Paese prima stende il provvedimento completo, poi dirama un comunicato stampa chiaro ed essenziale (date esatte di inizio e fine dello stop, quali settori riguarda) e solo dopo arriva il discorso del premier, per spiegare la ratio delle decisioni assunte. Una strategia comunicativa chiara che presuppone e sottende ad una strategia operativa chiara. In caso contrario, ed è quel che è accaduto più volte nei giorni scorsi, l’effetto è quello di creare panico, insofferenza ed incertezza.

L’esodo folle dalla Lombardia verso le regioni meridionali con le stazioni ferroviarie prese d’assalto la notte rimarrà come una delle pagine più brutte di questo governo, dovuto appunto ad un tragico errore di comunicazione. Un tipico caso di distopia, la rappresentazione di una realtà immaginaria altamente negativa, dove viene presagita un’esperienza di vita indesiderabile e spaventosa. Perché e l’incertezza e la frammentarietà che “uccide”, che genera il caos, che alimenta paranoie. Il non sapere quando quest’incubo finirà – 60 milioni di italiani rinchiusi in cattività e con prospettive economiche disastrose – e la sensazione, veicolata attraverso una comunicazione ansiogena, che chi comanda non abbia la barra dritta, navighi a vista senza una direzione precisa. L’indeterminatezza temporale genera angoscia.

Come quella di un detenuto nel braccio della morte che debba aspettare anni tra la condanna e l’esecuzione. Il paragone è volutamente forte, ma tant’è. Tanto più che le comunicazioni date in orario notturno, al termine di giornate concitate di indiscrezioni, informazioni a intermittenza e notizie spesso contrastanti, generano ancora più ansia. “Del doman non v’è certezza”, e intanto c’è chi invoca la dittatura militare, fioccano le delazioni più infami e si moltiplicano le scene di isteria collettiva. Manca l’imposizione della “cura Ludovico” ma ci stiamo arrivando. Intanto però abbiamo il modello Gande Fratello in cabina di regia, le regole di un format tv che valgono come regole per governare la più grande crisi che l’Italia sia stata chiamata ad affrontare negli ultimi decenni. Ma nella crisi aggiungere inadeguatezza all’incertezza provoca ansia e sconforto, che si traducono in rabbia. E la rabbia in ribellione. Occorre cambiare marcia. E farlo subito.