In perdita una partecipata su 4. Ma i poltronifici d’Italia resistono. La politica non molla il controllo delle aziende locali. Centinaia di enti sono però inutili e costosi

partecipate Corte dei Conti CARLINO
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Avere delle società partecipate per chi amministra un ente significa gestire potere. Ci sono poltrone da assegnare, assunzioni da fare, appalti da bandire e la gestione virtuosa di quelle società, dalla qualità dei servizi all’economicità, troppo spesso è diventato l’ultimo dei pensieri per i pubblici amministratori. Ecco dunque che la Corte dei Conti, appena ultimata un’indagine sugli organismi partecipati dagli enti territoriali e sanitari (qui la nota) ha appurato che il 23% soltanto di quelli partecipati dagli enti territoriali, Regioni, Città Metropolitane e Comuni, sono in perdita. E pesante, nonostante la necessità di investire bene il denaro nella sanità come emerso con la pandemia, è il quadro pure per le partecipazioni degli enti sanitari.

IL PUNTO. La Sezione delle Autonomie della magistratura contabile ha individuato 7.154 organismi partecipati in via diretta e indiretta dagli enti territoriali e ha rilevato 101.478 partecipazioni, di cui 23.154 dirette e 78.324 indirette, per la maggior parte riferite ai Comuni, quasi il 97%, e localizzate per il 75% nel Nord Italia. Nell’esercizio 2018, quello preso in esame dalla Corte dei Conti, è quindi risultato in perdita circa il 23% delle 2.656 società a controllo pubblico, con un risultato d’esercizio negativo che si attesta su un valore di 555 milioni di euro. Altro che ritorno al mantenimento delle partecipazioni pubbliche nell’alveo dei principi di efficienza, efficacia ed economicità dell’azione amministrativa, come previsto dal Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica voluto nel 2016 dal Governo di Matteo Renzi. C’è ancora tanto da fare.

Nella delibera approvata dalla Corte dei Conti nell’adunanza presieduta dal presidente Guido Carlino (nella foto) è stato esaminato l’impatto delle esternalizzazioni sui bilanci degli enti partecipanti, verificando pure in quale misura gli stessi enti si siano attenuti all’obbligo imposto dalla norma, e quanto emerso a tratti è sconfortante. I magistrati hanno infatti riscontrato alcuni progressi rispetto alla precedente rilevazione, ma il cammino verso il pieno adeguamento ai canoni imposti dalla normativa di settore, come specificano, “appare ancora lungo da percorrere”. Nei servizi pubblici locali meno di un quinto delle controllate è in perdita, il 16,36%, ma nei servizi strumentali il numero già sale a quasi un terzo, circa il 27,73%.

“Gli enti, come rilevato in passato – sottolinea la Corte dei Conti – tendono a “conservare” le partecipazioni detenute, senza alcun intervento di razionalizzazione, con percentuali superiori all’80%”. Soprattutto i Comuni, che nell’87,38% dei casi hanno scelto di mantenere le partecipazioni. E problemi non mancano negli stessi enti sanitari. La Corte dei Conti ha individuato in tale ambito 149 organismi partecipati in via diretta e indiretta e ha rilevate, per le società partecipate, 267 partecipazioni, di cui 238 dirette e 29 indirette.

Sono risultate in perdita 19 società su 90, il 21,11%, con un risultato d’esercizio negativo pari a circa 3,9 milioni di euro. Ma soprattutto è stato appurato che il 34,65% delle partecipate dagli enti sanitari sono aziende per cui “si sarebbero dovute adottare misure di razionalizzazione” e non è stato fatto. “Il sistema delle partecipazioni pubbliche – ribadisce la Corte dei Conti – rappresenta un nodo cruciale per la vita economica del Paese, tuttavia, le amministrazioni in alcuni casi hanno utilizzato tale strumento privatistico al fine di eludere i vincoli di finanza pubblica”. Il risultato? I bilanci a pezzi di troppi enti.