Partita la corsa alla leadership Pd. Zingaretti vende cara la pelle. Il segretario pronto a resistere nell’Assemblea dem. Orlando lo difende: i renziani vogliono logorarlo

NICOLA ZINGARETTI
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

La domanda è diretta, secca: “Nicola Zingaretti si deve dimettere”? Tenta di sviare, da buon democristiano, il sindaco di Firenze, Dario Nardella: “Rispondo prendendo in prestito le parole di Prodi: non è che cambiando il segretario e lasciando il partito così com’è si risolve granché… Qui c’è da discutere il modo di stare insieme, il modo di stare sul territorio. Prima va fatto questo altrimenti diventa un referendum sul segretario”, così ieri a Tagadà su la7, ma che vi sia una questione aperta sulla leadership e sulla linea politica del Partito democratico a seguito della crisi di governo del Conte bis e che il Nazareno sia ormai un campo di guerra non è certo un segreto.

E non lo è nemmeno il fatto che non sia solo il cosiddetto partito dei sindaci (il già citato Nardella, Giorgio Gori a Bergamo, Antonio Decaro a Bari) – che guarda con favore ad un possibile cambio al vertice col potente presidente dell’Emilia Romagna e della conferenza delle regioni Stefano Bonaccini – a sparare bordate contro la strategia “Conte o morte” elaborata dalla segreteria (leggi Bettini) e tirata in ballo anche ieri dallo stesso sindaco del capoluogo toscano (“L’ho sempre detto, partire con Conte o morte è stato un errore”.

Anche i parlamentari di Base riformista, corposa corrente che fa capo al ministro della Difesa, Lorenzo Guerini e a Luca Lotti, la minoranza dei Giovani turchi di Matteo Orfini, i due capigruppo Graziano Delrio e Andrea Marcucci (lontani anni luce dalla filiera del vecchio Pci-Pds-Ds) e last but not the least le donne dem, che da giorni lamentano una scarsa attenzione alle quote rosa da parte di Zingaretti nell’assegnazione, dei ruoli di governo e sottogoverno sono in fortissima agitazione.

A nulla è valso che il segretario in Direzione giovedì abbia anticipato che l’assemblea nazionale in programma il 13 e 14 marzo sarà l’occasione “per aprire una discussione sul futuro dell’ Italia e il ruolo del Pd” e che abbia rinunciato a chiedere un ruolo per sè nel governo Draghi, le proteste e le recriminazioni continuano. La ex sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa si rammarica di “non aver ricevuto nemmeno una telefonata”, ma di aver dovuto apprendere di non essere stata confermata alla lettura della lista da parte del presidente del Consiglio.

Stesso copione per Alessia Morani, vicina a Base Riformista: dal Pd “non mi ha chiamato” sottolinea, e riserva al segretario dem parole di fuoco: “Il mio partito ha fatto delle scelte che non vanno attribuite a Draghi” ma “ovviamente al segretario del Pd, Nicola Zingaretti”. Nel mirino anche il vice segretario e neo ministro del Lavoro Andrea Orrando, la ex titolare del Mit Paola De Micheli ricorda di essersi dimessa da vice quando andò al governo, Chiara Gribaudo chiede a Orlando di fare altrettanto.

Il quale, tanto per mettere ancora un po’ di carne al fuoco ha pure rilasciato un’intervista a La Nazione accusando gli ex renziani di puntare “a un logoramento del gruppo dirigente” e a “spaccare il fronte Pd-5S”. Apriti cielo. “Orlando? Al suo posto mi sarei già dimesso da vice segretario”, tuona Marcucci e aggiunge: “Quanto al Pd, un congresso non è un dramma ma una necessità riconosciuta da tutti. Quando Zingaretti è stato eletto segretario, il quadro politico era molto diverso da quello di oggi”.

E su Bonaccini afferma: “è una persona autorevole. Se dovesse decidere di candidarsi avrebbe la statura necessaria per farlo”. In tutto ciò, c’è chi tace e osserva, aspettando di calare le sue carte al momento opportuno: il ministro Dario Franceschini, che in perfetto “Draghi style” preferisce far parlare i silenzi.