Partita la verifica di Governo. M5S e Pd stoppano il rimpasto. Di Maio e Zingaretti blindano Conte e isolano Renzi. Che oggi vede il premier deciso a stanare l’ex rottamatore

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Sono contro una crisi al buio, chiedono un cambio di passo, rilanciano sui temi a loro più cari. Si è aperta con il Pd e il M5S la verifica di governo avviata dal premier. In attesa della resa dei conti tra Matteo Renzi e il premier che si consumerà oggi quando a varcare il portone di Palazzo Chigi saranno Iv e Leu. Per il M5S sono presenti il capo politico Vito Crimi, il capodelegazione Alfonso Bonafede, i ministri Luigi Di Maio e Stefano Patuanelli e i capigruppo alla Camera e al Senato Davide Crippa e Ettore Licheri. “Abbiamo chiesto rispetto su misure molto importanti come il rinnovo dell’ecobonus, il conflitto di interessi, lo stop alle trivelle e l’abbassamento delle tasse”, dice Di Maio.

Sul Recovery dicono sì alla cabina di regia ma condividono con gli altri alleati la richiesta di maggiore collegialità e condivisione. “Abbiamo cercato di far comprendere come sia necessario che tutti i ministri siano messi nelle condizioni di poter approfondire i progetti che sono stati presentati”, spiega Crimi. Ma soprattutto dicono con fermezza no al rimpasto: “Parlare di poltrone davanti a una crisi come quella che stiamo vivendo è surreale”, taglia corto Di Maio. “Nessuna disponibilità al rimpasto da parte nostra”, ribadisce Crimi. Musica per le orecchie del premier. Giuseppe Conte non ne ha mai fatto mistero: fosse per lui mai metterebbe in discussione l’attuale squadra di ministri.

Ma il rimpasto rimane sullo sfondo e, a detta di molti, rappresenta l’unica via per uscire dal cul de sac in cui sembra finito il governo. A una condizione però. Potrebbe realizzarsi, secondo Conte, solo se a chiederlo fossero esplicitamente uno o più partiti della maggioranza. Stanare Renzi. Le consultazioni che hanno preso il via, come ha spiegato venerdì il premier, hanno anche questo obiettivo: “Capire che fondamento hanno questo critiche e che istanze rappresentano, cosa nascondono, quali obiettivi”. Per buona parte degli alleati il leader di Rignano punta a un ministero di peso per sé: gli Esteri o la Difesa da utilizzare come trampolino di lancio per la guida della Nato.

Ma certo il suo gioco è tutto a carte coperte e anzi di recente, dopo aver più volte chiesto il rimpasto, ha fatto mostra di non essere più interessato. “Il tema non è il rimpasto. Iv non sta lavorando per una crisi di governo”, dice Maria Elena Boschi. Di certo oggi quasi tutti si “vergognano” a parlarne. “No al rimpasto. Parola orribile. A conclusione del processo politico, il premier deciderà se adeguare gli assetti del governo. Questo per noi non è un tabù”, osserva il dem Goffredo Bettini. “La politica dovrebbe dare l’esempio e non alimentare incertezza con uno sterile balletto su una crisi di governo con annesso rimpasto che qualcuno smentisce a giorni alterni”, dice Federico Fornaro di Leu.

Per il Pd a Palazzo Chigi ci sono il segretario Nicola Zingaretti, il capo delegazione Dario Franceschini, i capigruppo Graziano Delrio e Andrea Marcucci, Andrea Orlando e Cecilia D’Elia. “L’incontro è stato utile, non abbiamo parlato di rimpasto – dice Zingaretti – sono stati messi sul tappeto tutti i temi e i nodi per il rilancio dell’azione di governo. I temi sono quelli dell’agenda sociale, del lavoro, del rilancio delle imprese, la grande questione della sanità in uno spirito costruttivo. Crediamo che l’azione di governo debba andare avanti”. Rimpasto a parte, il premier dovrà ora gestire le richieste arrivate dai partiti a partire da quelle sul Recovery per quanto riguarda destinazione delle risorse e governance.

E Conte sta studiando modifiche. Anche se non vuole rinunciare del tutto alla cabina di regia: “In nessun caso questa struttura sarà sovraordinata o sovrapposta ai passaggi istituzionali”, rassicura. Ed è pronto a garantire che le decisioni su come spendere i 209 miliardi saranno tutte politiche. Potrebbe decidere di cambiare anche il triumvirato (Palazzo Chigi-Mef-Mise) che aveva immaginato in cima alla piramide della gestione dei fondi. Modifiche che poi Renzi dovrà giudicare sufficienti (o meno) a far rientrare la sua minaccia di far saltare il banco. La sua richiesta è che sul Recovery tutto il piano del premier vada ritirato. Il senatore è convinto che in caso di crisi non si andrebbe a votare e che in Parlamento sarebbe possibile un’altra maggioranza. Ma il Pd continua a dirgli il contrario. In linea con quanto trapela dal Colle.

“Ipotizzare una terza maggioranza in questa legislatura mi sembra oltre ogni limite di decenza”, commenta il ministro Francesco Boccia. Una via che tra l’altro non appare facilmente praticabile ora che anche Matteo Salvini sembra sia stato messo in riga da Giorgia Meloni contraria a qualsiasi governo ponte o governissimo che sia. “La minaccia delle elezioni è una minaccia che con noi non funziona”, dice Rosato. Si vedrà.