Patenti, l’Italia perde ai punti. 85 milioni di volte fuorilegge

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di Andrea Koveos

La patente a punti compie dieci anni e supera gli 85 milioni di bonus sottratti dai permessi  di guida. Ma solo un italiano su tre ha “scontato” la pena. Era il primo luglio del 2003 quando gli automobilisti italiani per la prima volta nella loro storia furono costretti a fare i punti, come al supermercato, con il loro preziosissimo documento rosa da difendere a tutti i costi. Meglio farsi rubare la macchina piuttosto che subire l’onta della detrazione. In effetti la paura di dover risostenere gli esami iniziò almeno sei mesi prima dell’entrata in vigore del provvedimento, a causa di una campagna mediatica che avvisava gli automobilisti della nuova rivoluzionaria sanzione. Nello stesso periodo si studiarono i soliti furbeschi sistemi per aggirare la normativa che in dieci anni hanno prodotto 300 milioni di punti fra corsi e premi. Qualcuno però ha dovuto pagare senza scorciatoie. Dal primo luglio 2003 – con il ministro Lunardi – al 31 dicembre 2012 i punti persi dai 37 mila 635 automobilisti italiani sono stati 85 milioni e 600 mila con una media di 2.275 punti sottratti per ogni patente.
I giovani sotto i 20 anni sono quelli che hanno perso il maggior numero con 6,497 punti di media, 3,390 fino a 24 anni, 2,638 nella fascia da 30 a 34 anni. Poi si va nella media nazionale per le altre fasce. Record minimo di punti pagati gli ultrasettantenni con 1,176 punti.  Allora la patente a punti ha funzionato o no per ridurre gli incidenti sulle nostre strade? Non c’è alcun dubbio che leggendo i dati sul numero dei decessi le cose sono migliorate.  In Italia il numero di morti per incidenti stradali è diminuito, rispetto a dieci anni fa, di oltre il 48%, grazie anche all’introduzione di altre iniziative come le norme antialcol più severe e l’incremento dei controlli con l’etilometro. Se nel 2002 si contavano ancora 265.402 incidenti  con 6.980 morti e 378.492 feriti, nel 2011 siamo scesi al minimo storico di 205.638 incidenti (-22,5%), con 3.860 vittime (-44,7%) e 292.019 feriti (-22,8%).
Il solo effetto annuncio sui giornali e TV nei primi sei mesi del 2003 produsse effetti notevoli. Oggi contiamo ancora comunque sulle strade  11 morti e 800 feriti al giorno. Sembra un bollettino di guerra, eppure nel 2001 il tasso di mortalità era di ben 125 per milione di abitanti, nel 2012 siamo a 61. In un decennio siamo riusciti a più che dimezzare la mortalità per sinistri stradali. Secondo l’Asaps (associazione sostenitori amici della polizia stradale) le violazioni più gettonate che hanno fatto perdere patrimoni di punti sono l’eccesso di velocità (complici autovelox e misuratori della velocità in genere), il mancato allacciamento delle cinture di sicurezza, l’attraversamento del semaforo col rosso e l’uso del cellulare alla guida. Rispetto agli altri paesi dell’Unione europea non facciamo una bella figura.
L’Italia si posiziona al 15esimo posto per numero di morti in incidenti stradali nel 2012. Il risultato migliore spetta a Malta con 26 e il dato peggiore si registra in Lituania con 100 morti ogni milione di persone. La Penisola è ancora al di sopra della media europea che si attesta a 55. L’obiettivo per l’Italia è raggiungere un ulteriore dimezzamento al 2020 come previsto nel “Programma europeo di azione per la sicurezza stradale”, per il quale è previsto l’obiettivo collaterale di una significativa riduzione dei feriti gravi sulle strade dell’Unione a 27.