Patteggia il prestanome del fiscalista della Lega. Sostegni è accusato di peculato ed estorsione per le vendite gonfiate. Ora può diventare un teste chiave

Luca Sostegni
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Luca Sostegni, ritenuto prestanome del commercialista Michele Scillieri, ha patteggiato 4 anni e 10 mesi. L’uomo, arrestato a luglio nell’inchiesta milanese sul caso Lombardia Film Commission e sui presunti fondi neri per la Lega, dovrà anche pagare una multa di 1.000 euro e ha già versato 20mila euro come risarcimento. Il patteggiamento concordato tra Sostegni – ora ai domiciliari – e i magistrati della procura di Milano è stato ratificato dalla giudice per le indagini preliminari Raffaella Mascarino che ha ritenuto “congrua” la pena sottolineando che Sostegni ha reso dichiarazioni “confessorie”.

Il 62enne, accusato di peculato ed estorsione, ha collaborato alle indagini e può diventare teste chiave in dibattimento. Si avvicina infatti la richiesta di processo immediato per gli altri arrestati nell’inchiesta dell’aggiunto Eugenio Fusco e del pm Stefano Civardi mentre va avanti il filone di indagine su presunti fondi neri raccolti dai contabili per la Lega. Filone nel quale anche Scillieri sta collaborando con i pm e ha raccontato, ad esempio, di un “sistema” di “retrocessioni” di soldi al partito. Sostegni, fermato lo scorso 15 luglio per via del pericolo di fuga poiché viveva tra l’Italia e il Brasile, è considerato dalla procura il prestanome di Scillieri, che insieme ad Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba è una delle figure al centro dell’affare del capannone di Cormano venduto alla Lombardia Film Commission.

L’ente, all’epoca presieduto da Di Rubba, scelto in quota Lega Nord, acquista il capannone da una società gestita da Fabio Barbarossa, cognato di Scillieri. La compravendita, per l’accusa, è stata compiuta al “prezzo gonfiato” di 800mila euro: si tratta di soldi pubblici, una parte dei quali sono stati retrocessi a Di Rubba e Manzoni. Il 10 settembre nell’indagine della Guardia di Finanza sono finiti ai domiciliari sia Scillieri che Di Rubba e Manzoni, all’epoca rispettivamente direttore amministrativo e revisore contabile della Lega al Senato e alla Camera.

L’accusa per Sostegni era di aver minacciato Scillieri e gli altri due professionisti, Di Rubba e Manzoni, di rivelare alla stampa i dettagli dell’operazione sul capannone. In cambio del suo silenzio, stando al capo di imputazione, avrebbe chiesto 50mila euro per poi ottenerne almeno 25mila, oltre alla promessa di 1.000 euro ogni 20 giorni. Nei mesi scorsi Sostegni ha reso molti interrogatori davanti al procuratore aggiunto Fusco e al pm Civardi, raccontando del suo ruolo nella compravendita.

SILENZIO PROLUNGATO. Ma non solo: tra le altre cose ha riferito del giro dei soldi incassati dal gruppo, una parte dei quali sarebbero finiti in Svizzera attraverso la fiduciaria Fidirev, o sui conti degli altri indagati e di altre operazioni su cui ora la procura sta scavando. Nelle scorse settimane anche Scillieri ha deciso di parlare con i magistrati, mentre Di Rubba e Manzoni hanno scelto il silenzio. Si è avvalso della facoltà di non rispondere pure Francesco Barachetti, l’imprenditore bergamasco ai domiciliari da metà novembre con l’accusa di concorso in peculato e false fatture. Il suo interrogatorio davanti ai magistrati si è aperto e chiuso nel giro di quattro minuti, come preannunciato dal suo avvocato Matteo Montaruli.