Patto stabile M5S-Pd. Con l’intesa sulle riforme non è più fantapolitica. Decisivo l’Ok dei dem al tagliapoltrone. Una svolta che blinda il Governo

di Giuseppe Vatinno
Politica

Luigi Di Maio continua a muoversi con passo felino e felpato sul proscenio politico, ma lo fa in modo sobrio e contenuto, tutto il contrario del suo amico-nemico Alessandro Di Battista, giovanottone irruento e sanguigno che fa fatica a trattenersi dai “bei gesti” virili e dannunziani che però lo espongono, inevitabilmente, alle critiche. “Il fatto che il Pd si sia espresso per il referendum sul taglio dei parlamentari rafforza l’alleanza di governo e ci permette di affrontare le prossime due settimane con la lealtà che ha sempre contraddistinto l’azione di governo”. Così Di Maio all’inaugurazione della Fiera di Rho.

In effetti l’ex capo politico dei Cinque Stelle non ha affatto torto perché la decisione presa in direzione Pd non era affatto scontata perché c’era inizialmente opposizione forte e strutturata alla decisione presa. Insomma il risultato non era affatto scontato. Di Maio ha poi aggiunto che “terremo fede ai patti sulla legge elettorale” e sulle modifiche ai regolamenti parlamentari”. E questo è un punto assolutamente dirimente alcune critiche fatte anche da costituzionalisti di un certo rilievo. Il taglio brutale dei parlamentari, senza un adeguamento della legge elettorale e la contemporanea modifica dei regolamenti parlamentari, può rilevarsi un vulnus alla rappresentatività democratica.

Tuttavia inserito il taglio in un percorso generale di riforma le cose non solo cambiano prospettiva, ma consegnano un piano razionale che può mandare ad effetto una riforma fondamentale per il nostro Paese. Inoltre, la concordanza del Pd sul referendum ha come conseguenza la cementificazione di quel patto strutturale di lunga durata, diremo strategico e non solo tattico, che poi è la vera sfida della politica del centro-sinistra italiano. Si tratta di un percorso indubbiamente lungo e frastagliato che necessariamente dovrà vedere una cessione di sovranità politica e anche di identità nel M5S e nel Pd, ma che permetterà al governo di blindarsi in una alleanza di lunga durata.

Questo rafforzerà molto il premier Giuseppe Conte che così sarà più tranquillo nella navigazione nel suo procelloso mare nel periodo più difficile dalla nascita della Repubblica. In effetti le sfide che ci stanno davanti sono immense: la gestione della pandemia in primis, ma anche la conseguente mondiale recessione e crisi dell’industria e del commercio con riflessi devastanti sull’occupazione e conseguentemente sull’ordine pubblico. Per affrontare sfide epocali di questa portata serve dunque un governo forte e coeso che permetta al premier di occuparsi a tempo pieno e in serenità – non lettianamente intesa – della conduzione dell’esecutivo.

Di Maio – come noto – non era un fautore del governo giallo-rosso, ma una volta accettata l’idea ne è diventato uno dei capisaldi garantendo con un operoso lavoro di retroguardia la stabilità dell’esecutivo. Quindi ora si muove su due fronti: il governo come detto e il diuturno “controllo” del Movimento su cui non si può mai abbassare la guardia pena la comparsa di naturali, direi fisiologici, moti di protesta che però segnano anche la vitalità del Movimento stesso pur in alcune sue contraddizioni. E questo in attesa di una guida collegiale eletta e per il ministro di tornare anche ufficialmente in campo.