Pd e destre salvano Renzi. E mandano i pm del caso Open a processo davanti alla Consulta. Sollevato il conflitto di attribuzione a Palazzo Madama

MATTEO RENZI
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Il caso della fondazione Open – in cui il leader di Italia Viva Matteo Renzi è indagato per finanziamento illecito (leggi tutti gli articoli) – finirà davanti alla Corte Costituzionale. Che dovrà dire se la Procura di Firenze ha violato i suoi diritti di parlamentare. L’Aula di Palazzo Madama ha approvato con 167 voti favorevoli la relazione della Giunta delle Immunità che chiede, appunto, di trascinare davanti alla Consulta i pm fiorentini per un conflitto d’attribuzione (leggi l’articolo). Nessuna novità.

Open, ok del Senato al conflitto di attribuzione sollevato da Renzi. Votano No solo M5S e Leu

C’era da aspettarselo dopo che il Pd aveva comunicato in mattinata che avrebbe votato a favore del senatore di Rignano assieme al centrodestra e a Italia Viva. “Il Senato si è espresso con una maggioranza schiacciante perché anche i Pm fiorentini rispettino la legge e la Costituzione”, dichiara dopo il voto Renzi. La Giunta a dicembre scorso ha sollevato un conflitto di attribuzione alla Corte Costituzionale contro i magistrati di Firenze che avrebbero inserito nel fascicolo dell’inchiesta chat e mail acquisite quando Renzi era già senatore.

Secondo la Giunta i messaggi acquisiti nell’inchiesta vanno considerati come fossero corrispondenza e per questo i magistrati avrebbero dovuto chiedere un’autorizzazione al Senato prima di utilizzarli. La relazione era passata con 14 voti favorevoli tra cui quelli di Lega e di FdI, due voti contrari, quello dell’ex presidente del Senato Pietro Grasso e di Gregorio De Falco entrambi nel Misto e l’astensione di Pd e M5S.

Ma ieri l’ex fronte giallorosso si è spaccato e questo ha determinato la salvezza dell’ex premier. Che si è abbandonato in Aula a un invettiva contro magistrati e stampa. “Che i pm non abbiano seguito le regole lo ha stabilito la Cassazione, con cinque decisioni. – incalza – Si vergogni chi pensa che qua stiamo attaccando la magistratura, noi la rispettiamo”. E ancora: “Abbiamo dei pm che si ritengono depositari di una verità fattuale, sostituti della politica, ispiratori dei commenti sui giornali e addirittura padri e madri costituenti pronti a disattendere il dettato costituzionale”.

Accusa i magistrati di aver tradito “la separazione dei poteri”. “Nelle democrazie non è un giudice che definisce cosa sia un partito e cosa no”. E ribadisce che “l’impunità non è consentita a nessuno, non ai parlamentari ma nemmeno ai magistrati”. Per concludere che se c’è da denunciare un pm che non rispetta la legge, “io lo faccio, perché è una battaglia che vale”. Ne ha anche per la stampa: “Non è pensabile che notizie prive di rilevanza penale vengano pubblicate in prima pagina”.

Condanna la diffusione della lettera che gli ha scritto suo padre Tiziano: “Non è consentito a nessuno violentare la vita delle persone”. Il M5S non ci sta. “Voteremo contro, ma non contro Renzi, contro un singolo senatore, ma perché difendiamo valori e principi del M5S. Non ci sono requisiti per chiedere un conflitto di attribuzione”, spiega il leader dei 5Stelle, Giuseppe Conte.

Ma il voto contrario dei pentastellati, di Leu e di Sinistra italiana non basta a inchiodare il leader di Italia Viva alle sue responsabilità. Rimangono come pietre le parole di Grasso: “La relazione considera l’acquisizione dei messaggi come sequestro di corrispondenza, e conclude che ‘occorre in ogni caso l’autorizzazione preventiva a prescindere dalla circostanza dell’utilizzo o meno di tali prove nei confronti del parlamentare e a prescindere che il sequestro avvenga verso terzi’. Vorrei che l’aula comprendesse l’abnormità di tale pretesa, proprio per l’imprevedibilità ex-ante dell’esistenza del dato riferibile al parlamentare”.

“L’autorità giudiziaria – ha detto ancora l’ex presidente del Senato – non potrebbe, neanche volendo, munirsi preventivamente dell’autorizzazione della Camera di appartenenza. Inoltre i documenti, pur legittimamente sequestrati a un terzo, per la mancanza di autorizzazione preventiva risulterebbero inutilizzabili anche nei suoi confronti, estendendo di fatto le prerogative parlamentari anche ai non parlamentari. Basterebbe che in un telefono sequestrato ad un mafioso vi fosse un whatsapp a un parlamentare per determinarne l’inutilizzabilità anche nei confronti del mafioso”.

Per concludere che “se si vuole reintrodurre una nuova e più ampia forma di immunità, o la vecchia autorizzazione a procedere abrogata nel 1993, discutiamone, ci si metta la faccia con una proposta di legge. Io sarò contrario”.