Bollette e prezzi alle stelle minacciano la coesione sociale. Ma intanto il Pd rivuole il finanziamento pubblico ai partiti abolito da Letta. Deposita una nuova proposta di legge. L’alibi: senza soldi aumenta il rischio corruzione

Il Pd rivuole il finanziamento pubblico ai partiti abolito da Letta
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I dem contraddicono i dem. Il Governo di Enrico Letta, nel 2013, varò la legge sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Una norma presentata come rivoluzionaria, moralizzatrice, una risposta al sentimento anti-casta che cresceva nel Paese. L’attuale segretario del Pd ha voluto che si facesse politica solo con risorse ottenute dai privati e non più a spese dello Stato. Ora, però, proprio un dem sembra rinnegare quella crociata e con una proposta di legge punta a far rientrare in qualche modo preziose risorse pubbliche nelle casse dei partiti. L’iniziativa è del deputato siciliano Fausto Raciti, vice presidente della Commissione affari costituzionali a Montecitorio.

GLI SPOT. “L‘abolizione del finanziamento pubblico ai partiti è legge”, twittò un raggiante Enrico Letta nel dicembre 2013. Prima il decreto legge e poi la conversione l’anno successivo. A finanziare i partiti solo i privati, anche attraverso la destinazione ad essi del 2 per mille, ma senza automatismi. “C’è inoltre l’obbligo di certificazione esterna dei bilanci dei partiti. Negli anni scorsi uno dei grandi problemi è stata l’opacità dei bilanci, questo meccanismo renderà impossibile che si torni agli scandali degli anni scorsi”, affermò sempre Letta. Nove anni dopo e con l’allora premier diventato segretario del Pd, un dem rimette in discussione quella norma “rivoluzionaria”.

L’INIZIATIVA. Raciti ha presentato una proposta di legge per modificare la norma “in materia di destinazione volontaria di una quota del quattro per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche ai partiti politici e di ripartizione della quota inoptata tra i partiti in proporzione alle opzioni espresse”. L’onorevole parla di ottimi risultati ottenuti in questi anni con la legge voluta dal suo segretario, ma poi va al dunque: i soldi sono pochi.

Per lui è necessario incrementare la quota che può essere destinata dai contribuenti ai partiti, al fine di destinare a essi le risorse sufficienti a garantire la loro piena funzionalità e di scongiurare il rischio che i partiti, per assicurare il loro funzionamento, si rivolgano a fonti sempre più cospicue di finanziamenti privati che, risultando indispensabili per il loro funzionamento in assenza di adeguate risorse pubbliche, possano condizionarne le politiche poste in essere. Il pensiero è un po’ complesso.

Ma Raciti alla fine lo chiarisce. Con la sua proposta di legge prevede infatti “un meccanismo di distribuzione anche della quota di finanziamento rimasta inoptata nell’ambito del tetto massimo di 50 milioni di euro stabilito dalla legge, a decorrere dall’anno 2022, e che viene ripartita sempre sulla base delle indicazioni espresse dai contribuenti”. Qualcosa che si avvicina a quell’automatismo che Letta aveva assicurato essere stato tenuto lontano dalla norma.

Il deputato dem è convinto: “Un finanziamento pubblico più cospicuo, sempre basato sulla scelta dei contribuenti, è un elemento fondamentale per disincentivare fenomeni di corruttela e di condizionamento dei privati nei confronti dei partiti politici”. E prevede così anche di innalzare la quota di destinazione volontaria dell’imposta sul reddito delle persone fisiche dal due al quattro per mille. Il costo stimato dell’operazione è di 24,9 milioni di euro l’anno. Ma per il deputato dem vi si può far fronte con “maggiori risorse derivanti da interventi di razionalizzazione e di revisione della spesa pubblica”. Insomma si tira tutti la cinghia per lasciarla un po’ più larga ai partiti.