Per il caro-mascherine chi paga di più sono i farmacisti. Per il presidente di Federfarma Cossolo i prezzi devono essere amministrati

di Gaetano Pedullà
L'intervista

L’ultima vergogna sulle mascherine è appena emersa a Roma: 130mila pezzi venduti con un ricarico del 400%. Ma un po’ in tutta Italia è sempre la stessa storia. I farmacisti che le vendono non ci fanno una bella figura. “I farmacisti piangono dieci morti prevalentemente in Lombardia e centinaia di contagiati in tutta Italia per tenere fede ai propri doveri con i cittadini, consigliarli, non fare mancare i farmaci necessari. Sentire che qualcuno se la prende con noi perché c’è stato chi ha approfittato del Coronavirus per speculare non solo è ingeneroso, ma è anche del tutto sbagliato”. Quella del presidente nazionale di Federfarma, Marco Cossolo non è una difesa d’ufficio. E con La Notizia fa chiarezza sul Far West nei prezzi delle mascherine, nonostante il muro alzato dai farmacisti anche con reiterate denunce.

Chi è che fa il furbo?
“Non i farmacisti, che soprattutto nei primi giorni dell’epidemia hanno trovato pochissime protezioni e hanno dovuto subire le pretese dei grossisti. Chi ha alzato i prezzi non sta in fondo alla filiera commerciale, e gli abusi ci sono stati perché quando si parla di salute l’economia di mercato non è mai un buon regolatore, e se non i prezzi almeno i margini di guadagno dovrebbero essere amministrati”.

Vuol far prendere un colpo all’Antitrust?
“Io uso la metafora di lasciare libero un lupo in un libero pollaio. Chi sarà più contento?”.

Il Governo come si è comportato con voi?
“Abbiamo chiesto di poter sconfezionare le mascherine e siamo stati ascoltati. Adesso attendiamo la decisione sull’aliquota dell’Iva, che non può essere del 22%, in quanto coprirsi bocca e naso oggi è necessario quanto il pane”.

Che conto economico presenterà il Covid alle farmacie?
“Non abbiamo ancora i numeri, ma nei centri urbani e nelle zone turistiche il calo dei fatturati arriva all’80%. Oltre alle spese sostenute per dotarci di protezioni, di barriere in plexiglass e quant’altro serva per mantenere le distanze di sicurezza, nell’interesse dei farmacisti e dei clienti”.

Per questo chiederete una mano allo Stato?
“Adesso pensiamo a darla noi una mano al Paese e ai cittadini. Le farmacie hanno dimostrato di essere il più capillare presidio sanitario di prossimità, e con la consulenza che forniamo ogni giorno alle persone che si fidano di noi abbiamo contribuito a sfoltire i flussi verso gli ospedali. Poi penseremo al resto, ma certo c’è da dire che in questo drammatico frangente è apparso chiaro a tutti quale sia il contributo che le farmacie possono assicurare in termini di servizi”.

Venderete i test rapidi?
“Al momento l’abbiamo sconsigliato ai nostri associati, e a quanto pare abbiamo fatto bene perché non ci sono le autorizzazioni”.

Eppure in farmacia ormai si vende di tutto…
“Quello che serve deve esserci sempre, ma il tema è semmai di limitare lo spreco dei farmaci, che nel nostro Paese resta considerevole. E se pensiamo che ci sono quasi un milione e mezzo di persone che acquistano decine di farmaci al mese, il risparmio per il servizio sanitario nazionale è potenzialmente altissimo. E noi anche su questo siamo alleati dello Stato”.