Il piano d’emergenza è un optional per i Comuni: una città su 5 non saprebbe come muoversi in caso di terremoto

di Carmine Gazzanni
Primo piano

La legge parla chiaro: i Comuni devono disporre tutti obbligatoriamente di un Piano di emergenza, ovvero – come si legge direttamente sul sito della Protezione Civile – di “procedure operative di intervento per fronteggiare una qualsiasi calamità attesa in un determinato territorio”. A cominciare, manco a dirlo, dagli eventi sismici. D’altronde è del luglio 2012 la legge che prevedeva che entro 90 giorni dall’entrata in vigore i Comuni approvassero un piano di emergenza redatto secondo i criteri indicati proprio dalla Protezione civile. A distanza di quattro anni, però, la situazione è incredibilmente negativa. Non potrebbe essere altrimenti se consideriamo che, secondo l’ultimo aggiornamento del dipartimento guidato da Fabrizio Curcio, su 7.954 Comuni complessivi, 6.377 dispongono di un Piano ad hoc, mentre 1.577 ne sono ancora sprovvisti. Nonostante siano passati ben quattro anni.

PROGRAMMI FANTASMA – Le curiosità, peraltro, non finiscono qui, considerando l’attualità dell’ultimo aggiornamento, pubblicato il 12 ottobre. Perché se è vero che i Comuni di Regioni oggi devastate dal terremoto, come Umbria e Marche, dispongono praticamente tutti di un Piano d’emergenza (manca soltanto un Comune in Umbria), nel Lazio la situazione è meno encomiabile. Su un totale di 378 Comuni, 249 hanno approvato norme operative in caso di calamità. Un dato, peraltro, cresciuto nell’ultimo periodo perché come sempre accade in Italia, meglio curare che prevenire. E così se prima del sisma del 24 agosto (che ha causato 303 morti) i Comuni laziali provvisti di Piano erano 153, nell’ultimo aggiornamento sono arrivati a 249. Piccola curiosità non da poco: prima della tragedia del 24 agosto, nella lista della Protezione Civile non comparivano né Amatrice né Accumoli.

MACCHIA DI LEOPARDO – Ma i dati della Protezione Civile riserva anche altre curiose sorprese. A cominciare, ad esempio, dal fatto che la Provincia autonoma di Bolzano e la Campania non hanno proprio trasmesso alcuna informazione sulla pianificazione comunale. L’unico dato disponibile, per quanto riguarda la Regione di Vincenzo De Luca, è che su complessivi 551 Comuni, soltanto 214 dispongono di un Piano. Quali siano, però, non è dato saperlo. Insomma, zero trasparenza pure sulla prevenzione. Cosa non da poco considerando che in Campania vige da tempo immemore il problema del bradisismo. Ma anche in altre realtà i dati rivelano un disinteresse di fondo nell’evitare danni e tragedie.

Dalla Campania scendiamo in Calabria. Qui su 409 Comuni, soltanto il 54% (219 enti) prevedono norme da attuare in caso di calamità. Ma è proprio in Calabria che spiccano casi surreali. Per dire: non c’è pianificazione a Reggio Calabria. Mentre per quanto riguarda tutta la Provincia di Vibo Valentia, che conta in totale 50 Comuni, solo quattro dispongono di un Piano. Impossibile avere di peggio, si penserà. Niente affatto, manco a dirlo. Per chiudere, andiamo in Sicilia: su 390 Comuni, ben 200 non saprebbero cosa fare in caso di terremoto o di alluvione. Tra gli altri, non si può non citare Agrigento, Enna e Messina. Insomma, sullo Stretto si penserà pure al ponte, ma in quanto a sicurezza tra Messina e Reggio siamo in alto mare.

Tw: @CarmineGazzanni