Piazza Fontana, lo Stato utilizzava gli estremisti. Ma a Milano forzarono la mano. Parla Pellegrino, ex presidente Commissione stragi: “L’attentato doveva destabilizzare senza fare morti”

di Clemente Pistilli
L'intervista

Presidente Giovanni Pellegrino, nell’ambito della commissione stragi si è occupato a lungo di piazza Fontana. Cosa rappresenta a suo avviso quel dramma per la storia d’Italia?
“E’ stato l’inizio di una stagione di sangue durata oltre un ventennio. Allora questo non è stato ben compreso, perché la tragicità della vicenda italiana era vista sempre solo in chiave nazionale. Si è iniziato a capire di più quando tale vicenda, per merito del giudice Salvini a Milano, venne inquadrata in un orizzonte più ampio. In precedenza non si poteva comprendere senza comprendere l’anomalia politica italiana che ha attraversato tutta la prima Repubblica. La nostra democrazia del resto nacque dopo il ‘48 incompleta e restò sempre particolare. L’Italia nello scenario mondiale era vista come tragica frontiera. Questo determinò che una serie di componenti prevalentemente giovanili, appartenenti a gruppi di estrema destra, furono utilizzate in quello scenario mondiale, in parte dal Ministero dell’interno e in parte dai Carabinieri, in funzione anticomunista. A un certo momento però la vicenda sfuggì di mano, perché probabilmente l’attentato di piazza Fontana non doveva fare morti”.

Sono passati cinquanta anni da quella strage ma non c’è ancora una verità piena.
“Abbiamo una verità storica e sappiamo che a compiere la strage furono i gruppi ordinovisti veneti, anche se non si sa chi è stato l’autore materiale dell’attentato. La bomba la mettono loro e la mettono seguendo una logica eversiva che va probabilmente oltre l’input istituzionale che avevano ricevuto”.

Cosa ritiene sarebbe opportuno fare per poter avere vera giustizia.
“Riconoscere con semplicità e chiarezza quello che ho detto sinora e non continuare a pensare che vi sia stata una stagione dei misteri, perché non è più così”.

Pensa che oggi vi sia ancora qualcuno interessato a portare avanti la testi dei misteri?
È prevalentemente un fatto di pigrizia intellettuale. Ricordo che quando iniziammo a capire grazie a Guido Salvini che tutto quello che era stato detto prima era in realtà qualcosa che portava fuori traccia, Libero Gualtieri volle che sentissimo in Commissione D’Ambrosio e la dottoressa Pradella e ci dissero che secondo loro Salvini non aveva capito niente sulla strategia internazionale, che invece oggi tutti riconoscono. Andrebbe riguardata quell’audizione. Lì è chiaro quanto abbiano inciso l’inerzia, la resistenza a voler ammetter che fino a quel momento tutto il problema della strategia della tensione era inserito in un orizzonte troppo asfittico”.

Ha qualche rimpianto come presidente della Commissione Stragi? Avrebbe voluto fare qualcosa che non le è riuscito?
“Quello di non essere riusciti ad approvare all’unanimità una relazione finale dicendo quello che ho appena detto. Tutti ne eravamo convinti, ma avvicinandosi le elezioni politiche e per un errore commesso dal mio partito sulla tesi del coinvolgimento della Cia, non ci riuscimmo. Dovevamo riconoscere che tutto dipendeva dalla divisione del mondo in due e dal ruolo delicatissimo che in quel mondo aveva l’Italia. In funzione anticomunista apparati dello Stato, perché fedeli all’Alleanza atlantica e non per deviare, utilizzarono gruppi di destra estrema in funzione anticomunista. Tanti giovani bruciarono loro stessi in questo fuoco eversivo, chi voleva lo Stato autoritario e chi un’improbabile dittatura del proletariato. In un simile contesto ci è andata meglio di come potesse andare”.