Più Berlino che Roma: i 9 anni di Re Giorgio con tante ombre. Ben presto da arbitro si è trasformato in giocatore

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Più che una presidenza, quella di Giorgio Napolitano, è stata una monarchia senza corona. Ma sufficientemente forte per guidare il Paese come se fosse un regno. Perché tre governi consecutivi nominati senza un voto popolare sono un’eredità che difficilmente potremo dimenticare. Non fosse altro per i risultati prodotti da questi esecutivi del Presidente. Anzi, di Re Giorgo I. Ecco, che lo si voglia o no, il vero bilancio di questo strano novennato quirinalizio sta tutto qui, nella successione di tre presidenti del Consiglio, scelti, voluti, sostenuti e difesi da tutto e tutti dall’inquilino del Colle, in nome e per conto di una ragion di Stato che affonda le sue radici nel contesto europeo, ma che non ha mai ottenuto il consenso popolare.

LE IMPRESE PARLAMENTARI
L’unica acqua usata per annaffiare queste piante è sgorgata a Berlino e Bruxelles. Non a Roma. La speranza, ora, è che il ciclo della politica italiana torni a seguire finalmente il suo corso. Eppure Napolitano, quando venne eletto nove anni fa, non aveva dentro di sé gli embrioni per trasformarsi in quel che è diventato dopo. Una mutazione genetica che i suoi stessi compagni di partito hanno faticato a comprendere. Per quasi cinquant’anni, infatti, Napolitano è stato seduto tra i banchi parlamentari, ricoprendo i ruoli di presidente della Camera e ministro degli Interni. Poi nove anni al Quirinale. Dalla prima elezione a deputato nel 1953, ai fatti di Ungheria del 1956, al viaggio negli Stati Uniti (il primo dirigente del Pci a ottenere un visto per gli States), alla presidenza della Camera, un lungo viaggio nella storia repubblicana che porta all’elezione alla presidenza della Repubblica nel maggio del 2006.

LA PRIMA FASE
Re Giorgio ora continuerà a lanciare i suoi moniti dalla casa del Rione Monti, nel cuore della Capitale. Perché Napolitano ha segnato in modo indelebile le alchimie della politica italiana. Nonostante le preoccupazioni esternate del centrodestra all’epoca della sua prima l’elezione , trattandosi di un “presidente comunista”, Napolitano è riuscito, almeno nella prima fase, a mostrarsi come un uomo delle istituzioni, interpretando il ruolo all’insegna delle parole d’ordine dell’unità nazionale .

IL CAMBIO DI ROTTA
Poi, però, si è fatto prendere la mano ed è arrivato il cambio di rotta. Da arbitro a giocatore, se non proprio manovratore. Sette anni, i primi, in cui salgono al Colle Prodi, Berlusconi e Monti, quest’ultimo fortemente voluto dal presidente per governare una crisi economica che un governo politico non sembrava essere in grado di affrontare. Nel 2013, poi, le elezioni politiche e l’impasse sul nuovo presidente della Repubblica. Dopo aver tante volte escluso l’ipotesi, Napolitano viene convinto dai principali leader politici ad accettare un secondo mandato a termine. Dopo un governo Letta a forte impronta presidenziale, è il turno del giovane segretario del Pd Matteo Renzi, il suo capolavoro, in fondo. A dicembre vengono confermate le voci di imminenti dimissioni, formalizzate ieri. E soltanto ai sovrani riescono certe imprese. Compresa quella di annunciare le proprie dimissioni e gestire tutto in prima persona.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

Adesso basta errori sul virus

Cantano vittoria come se avessero ottenuto chissà cosa, ma l’Italia che comincia a riaprire dal 26 aprile non è un successo delle destre. Con le solite balle a uso elettorale, Salvini & company da ieri stanno ingolfando i social per intestarsi il ritorno alla normalità

Continua »
TV E MEDIA