Più che il Paese il referendum sta spaccando il Pd. I 5 Stelle passeranno all’incasso anche se vince il sì

di Paola Alagia
Politica

Non sono le sorti dell’Italia ad essere legate all’esito del referendum, ma quelle del Partito democratico. Altro che previsioni catastrofiche sulla tenuta dell’economia nostrana. Se c’è una casa che rischia di bruciare dopo il 4 dicembre è quella del Pd. Anche nell’eventualità in cui a prevalere saranno i favorevoli alla riforma costituzionale. In questo caso, infatti, il partito subirà un cambiamento così radicale da seppellire del tutto ciò che è stato fino a ora. La prospettiva sarà proprio quella, seppure smentita, descritta dal leader di Ala, Denis Verdini, ieri dalle colonne de La Stampa. Uno scenario ovvio e suffragato dai fatti. È già nelle cose, infatti, che al Senato la maggioranza abbia bisogno del sostegno dei verdiniani e non serve consultare l’oracolo per capire che una eventuale modifica della legge elettorale dopo l’appuntamento referendario non potrà passare senza i voti di Ala.

SCENARI
Casomai, come ha detto a La Notizia il politologo Michele Prospero, “in caso di vittoria del Sì, per il premier Renzi, dopo aver definitivamente sconfitto ogni resistenza interna, anche l’accordo con Verdini diventerà più organico. Tra l’altro Verdini stesso non fa mistero di lavorare a un centro autonomo dalla destra che, poi, possa allearsi con i dem”.
A saltare, in questa ipotesi, neanche troppo repentina, quindi, sarebbe l’intera ditta Pd, sacrificata sull’altare delle alleanze. “Un Pd che  diventerebbe un’altra cosa – ha rincarato il professore – E cioè un partito di centro moderato”. Con tutte le conseguenze che ne deriverebbero. A sentire Prospero “a questo punto, la minoranza sarebbe costretta a uscire e, quindi, a Renzi rimarrebbe in mano un partito lacerato”. Insomma, quella che si prefigura è una vittoria dimezzata per il segretario dem. Se non addirittura una non vittoria.  Il presidente del Consiglio in pratica è destinato a pagare la personalizzazione iniziale della sfida referendaria, “una leggerezza politica” non di poco conto, secondo il politologo.

VITTORIA DI PIRRO
Al punto da poter concludere: “Comunque vada, Renzi ne uscirà sconfitto. Con l’affermazione del Sì potrà dire soltanto di aver vinto la sua battaglia con la minoranza del partito. Per il resto avrà perso la sua capacità di intercettare consensi a sinistra e avrà regalato, radicalizzando il confronto, una posizione di vantaggio ai Cinque stelle”. Il Movimento, infatti, sarà percepito come un solido punto di riferimento per quegli  elettori che hanno osteggiato il premier nel referendum.  Proprio quello che avrebbero dovuto  incarnare gli esponenti della minoranza Pd capitanati da Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza. Gli altri veri sconfitti di tutta la partita, già indeboliti  “da tre anni di collaborazione subalterna al Governo – ha concluso Propsero –  e quindi da un eccesso di prudenza”. E che a breve saranno costretti a fare realmente i conti con il loro isolamento sia sul piano elettorale e sia come capacità di contare nei  gruppi parlamentari.