Pnrr, il sorpasso del Sud sulle gare: 16,8 mesi dalla progettazione all’affidamento contro i 18,8 del Centro-Nord

Pnrr, al Sud una gara pubblica si chiude in 16,8 mesi contro i 18,8 del Centro-Nord. Ma le condizioni che lo permettono scadono fra poco

Pnrr, il sorpasso del Sud sulle gare: 16,8 mesi dalla progettazione all’affidamento contro i 18,8 del Centro-Nord

Una gara pubblica al Sud oggi si chiude prima che al Centro-Nord: 16,8 mesi dalla progettazione all’affidamento contro 18,8. Prima del Piano ne servivano 30,7, otto più che nel resto del Paese. Il sorpasso però ha una scadenza, e cade fra cinque settimane: il 31 agosto.

Effetto netto del Pnrr

Il calcolo analizzato da Vincenzo Vinciguerra per lavoce.info è della Svimez, su 68.194 progetti. Isolando l’effetto netto del Pnrr, i tempi calano del 55,1 per cento nel Mezzogiorno, del 40,5 al Centro, del 32,2 al Nord: chi partiva peggio ha guadagnato di più. E a guadagnare sono stati gli enti con i bilanci più fragili del paese, i comuni meridionali, che gestiscono 7.946 progetti e firmano il 69 per cento delle opere pubbliche. Le stesse amministrazioni che da trent’anni vengono raccontate come la causa del divario.

Le tre condizioni che scadono ad agosto

A far correre gli uffici hanno agito insieme tre cose, e nessuna è un tratto caratteriale: la semplificazione avviata nel 2019 con lo Sblocca Cantieri, le scadenze europee che legano i soldi a date certe, un’assistenza tecnica che prima mancava. La sola Invitalia ha appaltato 11,6 miliardi per oltre 800 soggetti attuatori.

Tutte e tre finiscono con il Piano. Oltre il 31 agosto la Commissione europea smette di valutare qualsiasi atto ai fini di traguardi e obiettivi, e le linee guida della Struttura di missione Pnrr lo scrivono senza sconti. L’assistenza tecnica la pagava il Piano. Chi ha imparato a gestire una gara sta su contratti che per legge si fermano al 31 dicembre. Insomma, la macchina si smonta da sola: basta lasciarla scadere, e nessuno deve firmare niente.

Intanto la lettura corrente dice l’opposto: al 26 febbraio il Sud aveva rendicontato il 39,5 per cento delle risorse di competenza contro il 52,7 del Centro-Nord, quindi il Sud spende male. I due numeri misurano cose diverse: uno dice quanto serve a un comune per bandire e aggiudicare, l’altro quanto denaro è uscito di cassa. Una scuola si paga per stati di avanzamento lungo anni di cantiere, un credito d’imposta si compensa il giorno in cui matura.

E qui la ripartizione diventa politica. La clausola che riserva al Mezzogiorno il 40 per cento vale sulle sole risorse allocabili sul territorio, 145,3 miliardi sui 194,4: il resto, in larga parte crediti d’imposta, viaggia libero. Transizione 4.0 è andata per il 64 per cento alle imprese del Nord. Al Sud è toccata la parte lenta, quella che paga tardi per costruzione, proprio mentre la parte veloce restava senza vincoli. E la clausola è norma italiana senza sanzione: aggirarla costa zero.

Il Fondo che ha i soldi senza l’ingranaggio

A raccogliere l’eredità dovrebbe essere il Fondo sviluppo e coesione 2021-2027, destinato per legge all’80 per cento al Mezzogiorno. Al 28 febbraio, bollettino della Ragioneria generale dello Stato, dei quasi 35,5 miliardi programmati risulta impegnato il 28 per cento e pagato il 7. La Puglia, che ha la dotazione più alta d’Italia, sta all’1,9. Il Fondo ha i soldi e ignora l’ingranaggio che ha prodotto il risultato: scadenze vincolanti e verifica sui tempi, oltre che sulla cassa.

Il governo intanto discute d’altro. A luglio Matteo Salvini e il capogruppo Riccardo Molinari (Lega) hanno depositato una proposta di legge per portare la Zes al Nord, 3 miliardi di copertura, con il plauso di Confindustria; Giorgia Meloni apre alla sola semplificazione. Sul dopo, 24,2 miliardi su 66 misure escono dal perimetro del Piano. «Il dopo-2026 preoccupa», dice il direttore della Svimez Luca Bianchi. Del meccanismo che ha fatto correre i comuni del Sud resta il nome, da esportare al Nord.

Il 1° settembre quegli uffici tornano alla legislazione ordinaria, con i tecnici in scadenza e il Fondo fermo. Il dato più aggiornato su quei tempi, del resto, lo produce un’associazione privata di ricerca. Quando una cosa funziona per quattro anni e la si lascia spegnere, chiamarla sfortuna è un modo elegante di dire scelta.