Polizza con i soldi del partito, Gasparri a processo

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di Vittorio Pezzuto

Maurizio Gasparri rinviato a giudizio per peculato. Una notizia che era nell’aria dopo che lo scorso dicembre i magistrati capitolini avevano comunicato di aver chiuso l’inchiesta a carico del vicepresidente del Senato, accusato di essersi appropriato il 22 marzo 2012 di 600mila euro dei fondi destinati al gruppo del Pdl, di cui all’epoca era il presidente. Secondo l’accusa quei soldi li avrebbe utilizzati per l’acquisto di una polizza a vita a suo nome che aveva come beneficiari i suoi legittimi eredi. Il primo febbraio 2013 l’esponente politico avrebbe poi proceduto al suo riscatto anticipato per una somma di 610.697,28 euro che avrebbe poi successivamente restituita con due distinti bonifici da 300mila euro (rispettivamente il 20 febbraio e il 12 marzo 2013) «a seguito di specifiche richieste della Direzione amministrativa del gruppo Pdl».
L’inchiesta madre dalla quale è scaturito questo filone d’indagine riguardava la gestione dei fondi del gruppo Pdl al Senato negli ultimi due anni ed era stata avviata dopo alcune segnalazioni di operazioni sospette inviate dalla Bnl, l’istituto bancario presso il quale era acceso il conto intestato a Gasparri nella qualità di presidente del gruppo, quindi un pubblico ufficiale. Per questo troncone la Procura ha comunque chiesto l’archiviazione per Gasparri e per Gaetano Quagliariello, all’epoca vicepresidente del gruppo. Anche se gli inquirenti avevano comunque sostenuto di aver riscontrato una situazione confusa nella gestione di queste provvidenze pubbliche, senza aver comunque individuato alcun elemento illecito.
Contattato da La Notizia lo scorso dicembre, quando il caso era esploso con la conclusione dell’inchiesta, Gasparri aveva già protestato tutta la sua innocenza e aggiunto alcune precisazioni: «Tutto è stato fatto con grande trasparenza – aveva detto – e nell’interesse del gruppo stesso. Quei soldi in realtà erano stati accantonati per eventuali cause di lavoro. Constatando questa giacenza sul nostro conto, gli uffici della banca che ha sede nel Senato ci hanno proposto di metterli a frutto. In qualità di capogruppo ho risposto loro di proporci la soluzione più conveniente, dettando però due condizioni precise: che tale investimento fosse il meno rischioso possibile (nessuna sottoscrizione di fondi azionari, per intenderci) e che fosse possibile smobilizzare con immediatezza queste somme». Gli avevamo allora chiesto come mai la direzione amministrativa del gruppo gli avesse poi richiesto indietro quella somma. «Guardi che il gruppo all’epoca ero io!» aveva esclamato, per poi aggiungere: «Dovendo definire il bilancio al termine della legislatura, mi sono attivato per chiudere quella polizza. Mi spiega allora di cosa stiamo parlando?!».

Una questione politica
Ieri, a maggior ragione, il vicepresidente del Senato ha ribadito la «sorpresa e amarezza» per un rinvio a giudizio che a suo parere non ha tenuto conto «dell’evidenza dei fatti. Il dibattimento pubblico consentirà una conoscenza puntuale della vicenda e si comprenderà che non ho mai sottoscritto una polizza vita e che mi sono limitato a tutelare il gruppo parlamentare in previsione di una serie di contenziosi ai quali stava andando incontro. Mi difenderò – ha aggiunto – ribadendo le cose che ho detto finora perché questa è la verità, ed è una verità che non ammette alcuna interpretazione critica, così come è stato fatto da chi ha ritenuto di individuare nei miei comportamenti profili contestabili. Sono assolutamente sereno perché forte della verità dei fatti». Fino a prova contraria Gasparri resta ovviamente innocente. Indipendentemente dall’esito del processo, sul piano politico resta però la questione di un utilizzo spesso opaco dei contributi pubblici assegnati ogni anno ai gruppi parlamentari del Senato (l’anno scorso sono stati erogati 21 milioni e 350mila euro). Che non dovrebbero essere messi a frutto per speculazioni finanziarie ma semplicemente utlizzati per rimborsi motivati e spese di funzionamento della struttura.